Studenti di tutta Europa, unitevi!

federica

Erasmo da Rotterdam, intellettuale umanista, ha ispirato il nome di uno dei regali più grandi dell’Unione Europea. Il 1987, infatti, è la data di nascita del Programma d’azione comunitario in materia di mobilità degli studenti, meglio noto come Programma Erasmus. Il progetto nasce con l’obiettivo di creare uno spazio comune europeo per l’istruzione: mettere in comune conoscenze e metodi d’apprendimento sia per assaporare meglio il contesto europeo ma soprattutto per ampliare la propria cultura, arricchendola di nuovi incontri. Un po’ come faceva Erasmo da Rotterdam, insomma, con la sua esperienza di girovago assetato di conoscenza e lungimirante nel vedere nell’Europa un bacino di confronto ad alto potenziale. Con la dichiarazione di Bologna del 1999, 23 ministri europei si impegnano a fornire una base legislativa per un modello di istruzione europea.

A tal proposito, Emanuela Gitto, milazzese di 20 anni, studentessa di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Bologna (campus di Forlì), ci racconta la sua esperienza. Il suo Erasmus si è svolto in un piccolo paese del Nord Europa, l’Estonia: con una popolazione di poco più di 1 milione di abitanti, entrata nell’Unione Europea il 1° maggio 2004, oltre alla capitale, Tallin, presenta Tartu, seconda città del paese di stampo universitario.

Nella partecipazione al bando Erasmus, è necessario essere seguiti da un tutor. La tua università di origine e quella ospitante come si sono comportate in tal senso?

Sin dall’inizio, partecipare al bando Erasmus non mi è risultato complicato, visto che il sistema online della mia Università di origine è molto chiaro. Per quanto riguarda, invece, la docente referente del progetto, non ho avuto un grande aiuto: questo mi fa pensare che per questi ruoli non ci siano dei precisi criteri di selezione e che, tra l’altro, il carico di lavoro sia eccessivo e difficile da gestire, soprattutto dal punto di vista burocratico. Per quanto riguarda la mia città ospitante, invece, sono stata seguita in modo molto più attento, anche dal punto di vista burocratico. Mi ha colpito la loro disponibilità per qualsiasi tipo di dubbio o esigenza (pensa che i tutor ci davano consigli anche sulla vita cittadina, non solo universitaria).

Se potessi fare un bilancio flash della tua esperienza?

La mia esperienza è stata molto positiva. Ho avuto la possibilità di rapportarmi con culture diverse, non solo europee. Tra l’altro, anche avvicinarmi alla cultura del posto è stato molto interessante: probabilmente la posizione geografica dell’Estonia non rende immediato prenderne in considerazione la cultura, quindi questa esperienza è stata l’occasione per conoscere questa realtà particolare.

Pensi che in qualche modo l’aver scelto questa meta piuttosto che una delle più gettonate (Spagna, Francia…) ti abbia permesso di vivere l’esperienza in modo più profondo?

Io sono dell’avviso che non è importante il posto dove tu vai. Puoi andare benissimo anche in una meta più gettonata, ma ciò che alla fine conta di più è come vivi la tua esperienza, l’obiettivo che ti poni, il tuo desiderio di conoscere e incontrare.

Stando alla tua esperienza, secondo te, gli italiani hanno la giusta sensibilità per rapportarsi ad una dimensione europea? Riescono a percepire la portata del progetto Erasmus?

In realtà non farei questo discorso sugli Italiani e basta. Penso che non si debba considerare se gli Italiani abbiano o meno la predisposizione o la sensibilità per certe esperienze. In generale, ritengo che una volta lì, sia inevitabile iniziare a rapportarsi con altre culture e, soprattutto, iniziare a pensare in un’ottica europea (cosa che possibilmente non risulta immediata finché ci si trova nel proprio paese d’origine). Quello che voglio dire è che tutti gli europei, potenzialmente, non hanno una “sensibilità europea” pari a quella di chi ha beneficiato all’atto pratico di proposte dell’Unione come questa.

Perché consiglieresti di partecipare al progetto Erasmus?

Consiglio di partecipare perché è l’opportunità più concreta che ci sia per toccare con mano cosa significa “Unione Europea”. In Erasmus, respiri Europa ogni giorno.

Stare così a contatto con una dimensione europea te ne fa apprezzare gli aspetti belli ma anche notare le criticità. Questa esperienza quant’è riuscita a influenzare la tua idea sull’Unione Europea?

Sicuramente esperienze come queste ti danno una notevole spinta idealistica. Ti verrebbe da dire: “Ridiamo vita al Manifesto di Ventotene!”. Metabolizzando giorno per giorno l’esperienza, però, devi fare i conti con la realtà: le circostanze sono cambiate perché i tempi sono cambiati, l’Europa oggi ha delle criticità da prendere in considerazione che non sono quelle dei tempi gloriosi di Spinelli, Rossi e Colorni o dei sei padri fondatori. Ma si mantiene sempre, anche dopo il ritorno dall’esperienza, una certa idea di vicinanza all’Unione Europea, dal momento che hai avuto la possibilità di respirarla.

La cosa più bella e la cosa più brutta della tua esperienza.

Faccio fatica a trovare la cosa più bella in assoluto o a trovare cose brutte! Ci provo. La più bella, o meglio, la più strana, è stato il clima: venendo dalla Sicilia, trovarmi là è stato come vivere in un freezer: un freddo incredibile! Quella che più mi ha disorientata, invece, è stata invece lasciare tutte le attività associazionistiche a cui sono legata in Italia… ma ho vissuto questi sei mesi come una pausa alternativa, e piacevole.

In Nord Europa si dice che il consumo di alcool sia superiore, serve soprattutto per combattere il freddo. Com’era il liquore che producono in Estonia?

Il Vana Tallin, dici? Ottimo!

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