Scalinate: una possibile soluzione

domenico

Nel nostro precedente intervento avevamo definito l’ipotesi di una Trinità dei Monti milazzese come un’utopia del secolo scorso, perché il lungo tempo passato ci dice già che si tratta di un’opera irrealizzabile, così come tratteggiata nella seduta del Consiglio Comunale del 1997. Le motivazioni sono molte: in primo luogo la Milazzo di questo scorcio di secolo non è la Roma papale di Gregorio XIII nella quale il potere utilizzava le grandi opere per manifestarsi; in secondo luogo perché la previsione stessa di una scalinata monumentale è assolutamente incoerente con il contesto dato che la stratificazione edilizia e urbana non permette interventi di tipo scenografico. La Basilica di San Francesco, inoltre, ha già la sua scalinata monumentale tardobarocca a due rampe a tenaglia (originale) che adorna il suo prospetto principale e un secondo ordine di rampe (restaurata in anni recenti con un intervento “in stile”) che raccorda il sagrato della chiesa con la via Salita San Francesco; infine molte delle particelle catastali ricomprese nel perimetro individuato nel 1997 da assoggettare a concorso di idee, risultano abitate, in parte restaurato o in fase di recupero.

Queste considerazioni contribuiscono ulteriormente a definire utopica, oltreché inutile, una ipotetica scalinata monumentale per il collegamento tra la Marina e San Francesco. Piuttosto sarebbe utile portare la previsione del 1997 in questo secolo e ricondurla sul piano della fattibilità. A mio avviso si dovrebbe dare seguito al Piano Particolareggiato del Centro Storico partendo dagli spazi pubblici: limitarsi ad una sola scalinata sarebbe miope in quanto tra Borgo Antico e Vaccarella esiste già un sistema di scalinate sul quale si potrebbe intervenire per rendere più accessibile il percorso nei due sensi e su più punti, arricchendo e diversificando la permeabilità tra i due quartieri storici. Le scalinate, almeno 5 le rampe esistenti che languono in uno stato di sconsolato abbandono – compresa quella oggetto delle previsione del 1997, potrebbero essere riqualificate con una spesa di gran lunga inferiore rispetto a quella necessaria per monumetalizzarne una sola. A questo proposito rimarrebbe comunque valido il ricorso al concorso di idee che potrebbe portare a soluzioni innovative, esteticamente di pregio, economicamente sostenibili, al fine di realizzare un vero sistema di collegamento riconoscibile dall’impiego dei medesimi materiali, dei medesimi elementi di arredo urbano o di verde. Nel frattempo si potrebbe procedere alla mappatura delle aree private e capire in quali esistono reali intenzioni idi intervento da parte dei proprietari e in quali invece è plausibile immaginare l’ubicazione di destinazioni pubbliche a volume zero (verde attrezzato, parcheggi). È passato fin troppo tempo per poter credere ancora alla Trinità dei Monti, mentre turisti e cittadini continuano ad inerpicarsi con fatica tra le sconnesse scalinate, scansando sporcizia e calcinacci…

19 ottobre 2017. Un gruppo di turisti sale la gradonata di Vico Galletti in direzione San Francesco

Una questione ancora aperta…

L’attenzione sul tema delle scalinate del nostro centro storico ha radici precedenti al Piano Particolareggiato. Nel 1972 – pertanto 25 anni prima della famosa seduta del Consiglio Comunale nella quali fu proposto il concorso di idee – l’Ing. Domenico Ryolo venne incaricato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione per la schedatura dei Beni Architettonici di Milazzo ai fini di contribuire all’Inventario per la Protezione del Patrimonio Culturale Europeo. La scheda n. 31 è dedicata al Palazzotto Ventimiglia del quale oggi non restano che le tracce dei cantonali al termine di Vico Galletti. Scrive Ryolo a proposito dell’edificio: «È ubicato in via Scopari, però la parte artisticamente più bella prospetta su vicolo Galletti, pavimentato con una gradinata. Sino ad una decina d’anni or sono la gradinata con lo sfondo del Palazzotto Ventimiglia costituiva una inquadratura settecentesca di una bellezza incomparabile». Il giudizio dell’Ingegnere/Archeologo è chiaro, il contesto (almeno fino agli inizi degli anni ’60) conservava per intero le linee edilizie e urbanistiche tardobarocche. Tuttavia in quegli stessi anni, prosegue, «(…) per riparare qualche gradino si pensò dagli organi tecnici di rifare in pietra lavica tutta intera la gradinata ottenendo con la rifazione uno storpiamento ed un risultato se non mostruoso certo poco attraente e non gradevole». Anche in questo caso il giudizio è netto e, letto nel 2017, ci fa capire che la mancanza di una strategia complessiva per la tutela dei Beni Culturali serpeggia tra le nostre strade da molto più tempo di quello che immaginiamo. La scheda si conclude con parole profetiche: il Palazzotto Ventimiglia «(…) suggestiva costruzione settecentesca molto malandata nella sua conservazione (…), ha bisogno di riparazioni notevoli prima che vada in rovina». Di questo Palazzo esiste oggi un progetto di ricostruzione che – come ci conferma la proprietà dell’area – è già stato approvato presso la Soprintendenza di Messina ma rimane fermo tra i corridoi di Palazzo dell’Aquila.

  

Sopra, a sinistra Palazzo Ventimiglia nel 1979/80 (foto ©Vito Riggi), a destra la parte terminale di Vico Galletti oggi con i resti dei cantonali dello stesso palazzo
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