RASOTERRA: Peppino… impastato di oblio

fabrizio ScibiliaTra pochi giorni, mentre si parla tanto del quarantennale della morte di Aldo Moro, e mentre i più lucidi osservatori (come Marco Damilano) la associano alla fine della politica (da allora sostituita, in un modo o nell’altro, dalla molto meno nobile propaganda), cade anche un altro quarantennale, certo penalizzato dalla coincidenza con la morte di Moro.

Il nove maggio 1978, presso il suo paese, Cinisi, fu infatti trovato, dilaniato sopra i binari della ferrovia, il cadavere di Peppino Impastato.

E’ azzardato dire che con lui, brutalmente, se ne andò l’Utopia gramsciana di unire intellettuali e popolo in una visione radicalmente progressista della società?

Un impegno di cui proprio le nostre depredate e passive comunità del Sud Italia avrebbero (avuto?) più bisogno?

Siamo ottimisti e non vogliamo rischiare l’azzardo di dirlo. Ma dell’antica attenzione verso Impastato, suscitata all’inizio del secolo dall’uscita del bel film di Marco Tullio Giordana (il famoso “I cento passi”), oggi ci resta qualcosa?

O fu solo (appunto) solo la propaganda del momento, un’altra onda comoda da cavalcare con spregiudicatezza?

A vedere com’è ridotta la targa dedicata da Milazzo a Peppino, solennemente scoperta quando era di moda parlarne e intitolargli piazze, non si fanno pensieri incoraggianti.

Allora, alla presenza del fratello, la politica locale lo rivendicò come paladino della sinistra siciliana migliore, quella antimafia.

Oggi, l’usura del tempo e l’incuria, ma soprattutto l’ingiuria dell’oblio, da parte degli uomini, hanno beffardamente cambiato pure il senso della scritta, complice il suo traslato dialettale.

Peppino, forse, non era una “pasta d’uomo”, ma certo era di tutt’altra pasta rispetto a chi lascia la sua memoria, materiale e morale, rovinarsi in questo modo.

impastato

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