Assalto al mare. A proposito di Faro di Milazzo, Boschetto dell’ancora, Lidi a Ponente

maneriNon sono solo le Associazioni e i Cittadini che si occupano di patrimonio culturale e ambientale ad aver scoperto che la ricchezza del nostro territorio è nel Promontorio e nel rapporto con il mare.

Commercianti e imprenditori locali non solo lo hanno capito ancora meglio, ma stanno attrezzandosi per cogliere ogni occasione possibile.

Nulla da dire nei confronti degli imprenditori che fanno il loro mestiere, investono per guadagnarci, creano occasioni di lavoro.

Ma è indispensabile farlo a scapito della bellezza e del rispetto delle peculiarità dei luoghi e della loro storia ?

Certamente viene il dubbio che un’imprenditoria meno arruffona e un po’ più illuminata sarebbe capace di coniugare guadagno e rispetto del patrimonio culturale e ambientale.

Inoltre mi domando perché una classe dirigente miope e limitata continua in modo subalterno a correr dietro agli specchietti per le allodole che l’attore di turno (indiano o locale) agita promettendo mari e monti ?

  • La nuova struttura ricettiva del Tono non è certamente in sé brutta, ma che ci azzeccano con l’ambiente circostante le sue vetrate e ”i falsi muri in pietra naturale” ? Cosa c’entra con casa Calapaj, casa Faranda, i magazzini della Tonnara (o quanto ne resta), la chiesetta del Tono ? Sarebbe stato meno remunerativo un investimento che rispettasse le peculiarità estetiche e costruttive degli edifici circostanti ?

E chi ha dato una licenza edilizia ”a prescindere” ?

  • Il nuovo stabilimento balneare del Tono poteva essere realizzato altrove e non essere così aggressivo nei confronti del Boschetto dell’Ancora che, ricordiamo, è attenzionato dal Dipartimento di Botanica dell’Università di Messina e non solo per essere integro esempio di flora marina mediterranea, costituito com’è da piante poste dalla natura a difesa del litorale e che oggi invece il litorale nemmeno lo vedono.

E chi ne ha autorizzato la realizzazione ?

  • Il Faro del Capo è stato oggetto di concessione ad una società che intende realizzarvi un hotel di lusso.

Naturale che la Fondazione Lucifero vi si opponga e allora mi domando se oggi, a differenza del passato, è disponibile al rilancio del progetto di Riserva Terrestre di Capo Milazzo ?

Schizofrenico il comportamento di uno Stato che da un lato (il ministero dell’Ambiente) istituisce l’Area Marina Protetta e dall’altro (il Demanio Marittimo) non pensa di affidare alla stessa Area il miglior punto di osservazione da terra, la naturale sede per un’esposizione di carte nautiche e reperti di un tratto di mare che dalle Guerre Puniche in poi ha segnato la storia d’Italia !

Quando impareremo che spendere male ricchezze e risorse non porta sviluppo, ma povertà economica, culturale, sociale e perdita di identità ?

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Servillo, Girotto e Mangalavite al Teatro Trifiletti

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”Gentile ed esiguo pubblico” con queste parole Peppe Servillo ha esordito nel concerto di stasera.

Nel raccontarne, eviterò i luoghi comuni per cui la scarsità di pubblico dipende dalla scarsa pubblicità o dall’ignoranza. Mi limito a osservare che la disabitudine verso qualità e cultura genera assenza e disattenzione.

La cinquantina di spettatori presenti ha goduto con immediatezza di uno spettacolo caratterizzato dal racconto suggestivo e teatrale di vicende e storie tratte dalla tradizione argentina e, in particolare, degli immigrati italiani.

Racconti e testi intriganti e coinvolgenti, sottolineati dalla straordinaria capacità affabulatoria e dalla mimica facciale del cantante/narratore, dal lirico sax soprano di Javier Girotto (ma anche baritono e flauto) e dal piano jazz di Natalio Mangalavite.

1 napoletano + due argentini = 3 meridionali che si incontrano per raccontare storie ripescate dall’archivio orale delle canzoni degli immigrati italiani, i ”tanos” (da napoletanos) in Argentina. Sotto forma di tango, milonga e cumbia abbiamo ascoltato di avventure d’amore, ricordi, intrecci sentimentali delle storie dei ”parientes”, della zia Angustias, della ricetta del ragù mediate dalla narrazione del leader e dall’ interplay fra i musicisti.

Peggio per chi non c’era.

Poi una volta finito lo spettacolo, la voglia di correre a casa per cercare riscontri nei testi di Julio Cortàzar, tante volte citato e presente sul palco come un sulfureo fantasma.




Non prendete impegni per domenica 31 luglio !

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Al ”Castello” (come ancora qualcuno chiama il nostro Complesso Monumentale più importante) suona, niente popò di meno ché, il VOLCAN TRIO di Gonzalo Rubalcaba, Armando Gola, Horacio ”El Negro” Hernandez.

E allora perché non prendere altri impegni ?

  1. Perché ascoltare buona musica in quel luogo è un’esperienza magica e la dimensione della musica di qualità, com’è il jazz, è quella giusta per un sito ricco di storia e di bellezza, da valorizzare e rispettare;
  2. Perché il Volcan Trio è il miglior gruppo di JAZZ LATINO IN CIRCOLAZIONE e presenta il suo ultimo album ”Tocororo”;
  3. Perchè saremo coinvolti da un’esplosione di ritmi caraibici da cui traspare la magia della migliore tradizione cubana ritoccata dal pianismo raffinato di Gonzalo Rubalcaba.

Dei tre conosco bene, musicalmente parlando, Rubalcaba ed Hernandez; poco invece so di Armando Gola, del quale ho letto che suona sia il basso elettrico che il contrabbasso ed ha lavorato con un vero e proprio monumento della musica cubana come Arturo Sandoval vincendo due Grammy (l’Oscar della musica).

GRAZIANO RUBALCABA, nato a Cuba nel 1963, è oggi il più innovativo pianista di quella tradizione (Chano Pozo, Mario Bauza Paquito D’Rivera,Joe Lovano,Al Di Meola) che dagli anni 50 fa sintesi con il jazz nordamericano (Dizzy Gillespie,Stan Kenton,etc). Ritmo + raffinatezza.

HORACIO ”EL NEGRO” HERNANDEZ, drummer e percussionista, erede della tradizione popolare della sua isola si caratterizza per abilità tecnica, senso del ritmo e versatilità. Caratteristico il suo approccio ai complessi ritmi di stile afro-cubani grazie all’abile e coordinato uso dei quattro arti.

 

Infine voglio sottolineare che non si tratta del solito gruppo raffazzonato per accompagnare un famoso artista venuto da lontano, ma di un ensemble affiatato con alle spalle una storia in comune iniziata a Cuba nel 1984 che segue un percorso artistico marcatamente jazz, ma contaminato dalle diverse tradizioni musicali latine.

 




Grande jazz ieri sera nel Complesso Monumentale di Milazzo

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Erano le 22 quando le dita di Gonzalo Rubalcaba e Armando Gola hanno iniziato a picchiettare su pianoforte e basso e le bacchette di Horacio ”El Negro” Hernandez ad aggredire tamburi, piatti e campana.

Erano le 22,30 quando dall’onda sonora è venuto fuori un calypso suadente.

Erano le 22,45 quando son cominciati ad apparire riconoscibili  diversi spunti di classici latino-caraibici.

Erano le 23,30 quando, nel bis finale, abbiamo ascoltato le sincopate noccioline al sale (”Salt peanuts”) di Dizzy Gillespie.

Un jazz moderno quello del Volcan Trio, ma profondamente intriso dalla tradizione da cui ha attinto a piene mani, da Chuco Valdez, a Machito, da Arturo Sandoval a Dizzy Gillespie.

Non semplici riletture, ma improvvisazioni vulcaniche (Volcan trio), a ritmi spesso frenetici e incalzanti: scontata la grande classe di Rubalcaba alternatosi tra piano acustico e piano elettrico (mi è piaciuto più il primo), perfetto l’interplay con ”El negro” sempre imprevedibile nell’accompagnamento e nelle variazioni improvvisative, inaspettata la prestazione di Gola, almeno per me che non lo conoscevo, su un originale basso elettrico a sei corde che gli consentiva sia un incalzante walking che l’esposizione di melodie.

Dov’era la parte ”latin” ? Ma nel ritmo ovviamente, compresi i momenti in apparenza statici suonati con studiata lentezza e uso sapiente dei silenzi.

Musica figlia del ”sincretismo” la loro, come figlia del sincretismo è la Cuba da cui provengono: la tendenza a conciliare elementi culturalireligiosi e musicali eterogenei appartenenti a culture e dottrine diverse. In fondo l’essenza del jazz è proprio nell’essere ”musica meticcia” continuamente reinventata, capace di fondere culture ed approcci musicali differenti, dai ritmi portati dagli schiavi dell’Africa equatoriale, alle bande creole di New Orleans, ai blues del Delta del Mississippi.

 

Toccante infine l’affermazione in spagnolo di Gonzalo Rubalcaba:

”Difficile suonare senza distrarsi quando si è circondati da tanta bellezza”.

Abbastanza per tornare a casa soddisfatti !

 

Nb: appuntamento al 5 agosto con il white jazz della pianista e vocalist Sarah McKenzie, da non perdere.




L’ultimo incontro al CastrorealeMilazzo Jazz Festival: Sarah McKenzie (quartet)

maneriEasy & pleasant, immediato e gradevole, il concerto ascoltato ieri sera alla Città Fortificata di Milazzo.

Molto brava ed ispirata l’australiana McKenzie al piano, assai gradevole alla voce anche perché il canto jazz è cosa assai difficile e lei è sembrata giusta ed equilibrata.

Insignificante il gruppo: mettiamolo tra parentesi come sopra, con qualche piccola chance per il contrabbasso (peraltro scordato).

Inevitabile il confronto fatto da tanti con la canadese Diana Krall, arrivata prima al successo. Simile la presenza scenica, simile il repertorio, più groovy il canto della Krall, più vario e di qualità il pianismo della nostra.

In occasione del concerto del 5 agosto le parole giuste da usare, a mio avviso, sono:

  • swing, per l’andamento ritmico “dondolante” proprio della musica jazz e ben presente nell’approccio della nostra vocalist;
  • standard, per le esecuzioni dei classici dell’ ”american songbook” (My foolish things,Lover man, Love or leave me, Moon river);
  • scat, il canto tramite la riproduzione di fraseggi esenti da parole di senso compiuto, a imitazione di strumenti musicali; in questo la McKenzie mi è sembrata particolarmente felice.

Certamente chi cercava un jazz con ascendenze blues ha sbagliato indirizzo. Abbiamo ascoltato da lei, e solo da lei, un buon ”white jazz” nella tradizione delle voci bianche legate soprattutto ai repertori provenienti dal musical americano, da autori come Cole Porter, Oscar Hammerstein, Jerome Kern, Rodgers & Hart e soprattutto da esecuzioni di Frank Sinatra.

Unico neo, ma è un’opinione strettamente personale, l’esecuzione di ”Lover man”. Dopo averlo ascoltato un’infinità di volte nelle esecuzioni di Billie Holiday, non riesco ad apprezzarlo da nessun altro,ma, ripeto, è un’impressione personale.

E dato che siamo alle valutazioni personali, vorrei dire che, poiché il jazz non è “musica pura” esente da imperfezioni, ma musica da ascoltare con l’anima (soul) e non con il raziocinio, l’eclettismo, la curiosità e la buona disponibilità all’ascolto sono indispensabili.

In conclusione, una bella serata passata ad ascoltare una buona pianista/vocalist, trascinante ed elegante, in una cornice eccezionale che aggiunge sempre un tocco fondamentale al concerto.

Ancora una volta abbiamo verificato che dentro le mura spagnole questa dimensione di pubblico (e non le megastrutture!) e questa qualità musicale, colta e popolare, insieme alla musica classica, al canto corale, al teatro, ai convegni, al turismo culturale, sono la dimensione ottimale per la giusta fruizione, nella compatibilità e nel rispetto per la storia e la bellezza della Città Fortificata.




Sarah McKenzie quartet al Complesso Monumentale di Milazzo

maneriVenerdì 5 agosto, 2° appuntamento con il jazz al Complesso Monumentale di Milazzo:  Sarah McKenzie quartet

Profondamente diverso dal concerto del Volcan Trio, quello di domani, dalle notizie in mio possesso, dovrebbe muoversi nel solco di un jazz suadente, basato su accattivanti song provenienti dalla tradizione dei compositori classici americani: George Gershwin, Cole Porter, Oscar Hammerstein, Jerome Kern, Rodgers & Hart, Duke Ellington.

Due sono in grandi linee i filoni del canto jazz al femminile: quello più legato al blues (Bessie Smith, Nina Simone, Abbey Lincoln, Cassandra Wilson) e quello che invece ci aspetta venerdì alle 21,45.

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Brani provenienti da quello che è stato definito ”The Great American Songbook” (Grande Canzoniere Americano), cioè quegli standard del jazz che poggiano le basi nell’industria musicale di Tin Pan Alley prima e nei musical di Broadway dopo.

Standard con cui tutti i musicisti di jazz hanno fatto i conti, ma che appaiono particolari e intriganti se interpretati da voci femminili: Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e soprattutto l’irraggiungibile Billie Holiday degli anni cinquanta: Stormy Weather, Lover man, My funny Valentine, I love you Porgy, Summertime, Night and day.

La materia è permeata soprattutto da quell’elemento fondante del jazz che è lo swing.

 

Si dice che l’australiana Sarah McKenzie sia l’erede conclamata di una star come Diana Krall, della quale ho assistito ad un concerto a Taormina anni addietro.

Quanto ho invece ascoltato della McKenzie, descrive una raffinata pianista-vocalist che muovendosi nel solco del tradizionale white jazz presenta forti elementi di originalità che l’hanno portata dall’essere colei che introduceva i concerti di Charles Aznavour, Michael Bublé, John Patitucci o Enrico Rava alla conquista di importanti riconoscimenti.

Attenzione quindi alla particolare timbrica, al groove del suo pianoforte ed all’originalità di un vocal-jazz nel segno dell’eleganza e della gradevolezza.