I lavatoi di Vaccarella: conoscere un bene per poterlo tutelare

Iniziativa di Italia Nostra per la tutela delle antiche vasche pubbliche del rione marinaro

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La tutela del beni culturali parte dal riconoscimento del loro valore. Difficilmente, infatti, se non si conosce una storia se ne possono conservare le memorie e tutelarne in resti materiali. È partito da questo principio l’evento organizzato dalla sezione di Milazzo di Italia Nostra che nel fine settimana caratterizzato dalla Festa della Repubblica, ha prima raccontato la storia del rione marinaro di Vaccarella e poi inaugurato una targa informativa sui suoi lavatoi storici.

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Due gli eventi che hanno avuto come teatro uno dei quartieri che conserva ancora caratteri di autentica tradizione, sia nelle attività economiche che nell’assetto urbanistico. Sabato 2 giugno, presso la sede dell’Associazione Nino Salmeri che, insieme al Comune di Milazzo, ha contribuito alla realizzazione degli eventi, si è tenuta la presentazione dell’iniziativa di Italia Nostra con il racconto delle origini di Vaccarella e la proiezione di immagini storiche con l’intervento del dott. Franco Chillemi.

Ieri, domenica 3 giugno, invece è stata inaugurata la tabella informativa presso la batteria della Mezzaluna. Si tratta di un pannello – realizzato da Italia Nostra con la descrizione – in italiano e inglese – dei lavatoi del quartiere e dell’importanza che essi hanno rivestito per lo sviluppo del rione nell’Ottocento. Il pannello è posizionato lungo il marciapiede, in prossimità della breve rampa che conduce all’arenile e agli stessi lavatoi della Mezzaluna e, pertanto, segnano un punto di interesse (e di sosta) altrimenti poco visibile dai tradizionali percorsi turistici.

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Era presente il sindaco Giovanni Formica che nel suo breve intervento ha ricordato come l’attenzione rivolta ai lavatoi sia uno dei tanti piccoli passi che Milazzo, grazie all’azione culturale dell’associazionismo cittadino, sta percorrendo per portare alla luce il patrimonio ancora nascosto e sconosciuto che va raccontato non solo ai visitatori ma soprattutto ai milazzesi, in modo che si possano fare custodi attivi dello stesso patrimonio.

Il pannello è dotato anche di QR code con link al sito della sezione mamertina di Italia Nostra sul quale si possono trovare maggiori informazioni sull’iniziativa e gli aggiornamenti sui prossimi passaggi finalizzati all’apposizione del vincolo etnoantropologico da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina.

foto © Carmelo Fulco




Stazione FS, verso un altro anno da fantasma

L’anno scorso, sull’Espresso del 12 agosto, Bernardo Valli descriveva quella di Milazzo come una stazione fantasma.

L’editorialista dell’Espresso, in viaggio verso le Eolie, sceso dal treno alla stazione FS di Milazzo, l’aveva trovata vuota, senza biglietteria, senza punto di ristoro, senza servizio di facchinaggio, senza punto informazioni, senza un servizio di deposito bagagli, senza adeguati servizi di trasporto tali da consentire un efficiente collegamento con il porto e il centro di Milazzo. (Link articolo)

Sull’onda dell’indignazione suscitata dall’articolo dell’Espresso, l’amministrazione aveva fatto pressioni alla Ferservizi, che gestisce il locali delle stazioni FS, per sbloccare la gara per l’assegnazione del punto di ristoro, e già a fine agosto dello scorso anno, l’assessore al turismo, Piera Trimboli, affermava: “Siamo riusciti a sbloccare la situazione…”, promettendo che, dopo l’apertura del bar, sarebbe stato riattivato anche il punto informativo, gestito dalla Pro Loco, e sarebbe stata riqualificata l’area esterna alla stazione (link articolo).

E’ però trascorso un altro anno, siamo alle porte dell’estate 2018 e ancora del bar non si ha alcuna notizia, e questo a ben 11 anni dall’ordinanza sindacale del 14 maggio 2007, con cui l’allora sindaco Lorenzo Italiano disponeva la chiusa del bar, in ottemperanza ad una segnalazione dell’USL.

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11 anni, tre amministrazioni, ma il bar è sempre chiuso.

La mancanza del bar non è però l’unico problema della nostra stazione, per scelte strategiche delle FS è infatti rimasta senza biglietteria (vi sono solo macchinette automatiche), senza servizi di facchinaggio e con pochi treni diretti verso le stazioni a nord di Roma. Chi deve andare a Torino, Bologna, Trieste, deve obbligatoriamente effettuare uno o due cambi. Il treno del sole e il Trinacria non esistono più da tempo, è rimasto un solo treno diretto per Milano, ed impiega quasi 19 ore, contro le 11 ore e mezza se si cambia a Napoli.

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Ma attualmente quella che a nostro parere è la più grave mancanza della stazione FS è la mancanza di un adeguato servizio di trasporto pubblico in grado di collegarla con il porto e con il centro di Milazzo.

Il servizio dell’AST è addirittura sospeso durante i giorni festivi.

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In occasione del consiglio comunale aperto agli operatori turistici, durante il quale si è discusso come spendere i proventi incassati con la tassa di soggiorno, furono parecchi i consiglieri che suggerirono di potenziare il servizio di trasporto, riattivando le corse nel fine settimana tra la stazione FS e il porto.

Ma, a causa del dissesto e dei bilanci non approvati, nulla è stato fatto.

I turisti che arrivano a Milazzo, per lo più diretti alle Eolie, conserveranno del nostro paese l’impressione ben riportata da Bernardo Valli sull’Espresso, che non di certo quella di un paese accogliente che vuole fare del turismo il volano della propria economia.

E così, senza mezzi pubblici, il turista dovrà decidere se affidarsi agli NCC (Noleggio con conducente) oppure avventurarsi a piedi.

Come se non bastasse, in questa scelta o si affidano a google maps o sono rovinati. Infatti, la bellissima mappa in ceramica collocata al centro del piazzale risale purtroppo agli anni ’80, quando la stazione si trovava a due passi dal porto, e non è stata mai aggiornata.

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Luci sul Capo

Passeggiata (e report fotografico) nella parte più bella del nostro Promontorio al tramonto

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Il centro urbano di Milazzo è costantemente sotto la lente inquisitoria di amministratori locali, cittadini indignati, ma anche turisti che lo attraversano. Tuttavia la nostra città non si limita al suo Lungomare e alle strade che lo contornano. Ci sono aree altrettanto significative che contribuiscono (o meglio, potrebbero contribuire) a rendere Milazzo una città attrattiva anche senza aspettare il “grande evento” di richiamo. L’area che forse più di altre definisce Milazzo, anche geograficamente, è il suo Promontorio e, in particolare la sua parte più settentrionale, lungo la via Sant’Antonio.

La punta estrema di Capo Milazzo è una delle principali ricchezze paesaggistiche a ambientali che possiamo vantare, dove il mare, la fauna, la natura rocciosa del suolo, l’orizzonte aperto sui due golfi insieme creano un’armonia di cui andare fieramente orgogliosi.

Così è quando il sole brilla e si riflette sui sentieri, sugli scogli, sull’acqua. Quando gli ultimi suoi raggi allungano le ombre e la luce rotante del faro inizia ad accendersi tutto il resto si spegne. Gli ultimi sposi si affrettano con le foto di rito prima che il buio sommerga quella bellezza. Rimangono solo i bagliori in lontananza della Piana e della riviera di Ponente.

 

Pochissimi i pali funzionanti (pressoché spenti quelli lato Levante, accesi uno ogni 6/7 quelli di Ponente) che non riescono a garantire la corretta illuminazione, non solo stradale ma soprattutto sulle zone pedonali, quelle affacciate su uno spettacolo naturale, magnifico anche durante le ore serali, che non poche città ci potrebbero invidiare.

Il buio scoraggia la passeggiata serale al Capo che, tuttavia, un tempo non troppo lontano era una piacevole alternativa alle “vasche” in Marina Garibaldi.

Il rischio (oltre quello di non riuscire più a vedere la propria auto parcheggiata) è quello derivante da trappole involontarie come le aiuole che bordano il marciapiede lato Ponente, in ampie zone rimaste vuote, o pali divelti o (peggio) segati alla base esponendo parti appuntite verso l’esterno.

Come se non bastasse anche durante le ore di luce il quadro è desolante a causa della mancanza di cura del verde (praticamente invisibile ormai la stele posta dal Rotary presso i resti della torre di avvistamento) e la presenza di cartelli indicatori scritti a mano. Per fortuna resistono i cartelli posati dalla Fondazione Lucifero e dalla Regione sul sentiero naturalistico di Ponente, oltre al cartello “turistico” che indica la chiesa rupestre di Sant’Antonio, recentemente inserita nel Camminino di Sant’Antonio (Milazzo-Assisi-Padova) e da sempre meta di pellegrinaggio notturno nella data dedicata al santo che sulle nostre coste naufragò di ritorno da una missione in Marocco.

Il tratto di viabilità corrispondente alla punta estrema del Capo dovrebbe essere di competenza provinciale (e, oggi, di conseguenza della Città Metropolitana di Messina). Tuttavia in considerazione delle campagne di promozione della pianificazione paesaggistica nella quale lo stesso sindaco Formica ha dichiarato di puntare, dovrebbero spingere ad una sinergia istituzionale per valorizzare una dello poche zone a valenza ambientale della nostra città, pensando anche alle attività di altissimo livello (ambientali, sociali e legate alla legalità) portate avanti dalla stessa Fondazione Lucifero e dall’Associazione il Giglio che proprio ieri hanno celebrato la Giornata Mondiale della Terra.

App18

Fotogramma dello spot di App18

Il Capo è una delle tante frecce vincenti nel carniere di una città che sta ancora cercando il proprio bersaglio e lo dimostra anche il fatto che è stato scelto come location nel 2016 per lo spot della Presidenza del consiglio dei Ministri che ha lanciato il bonus per i neo maggiorenni. Nel breve video emerge tutta la forza e la bellezza di questo luogo di tutti. Basterebbe riaccendere le luci….




Istituto Regina Margherita: Vendo e mi fondo

E’ stato firmato il protocollo d’intesa tra le IPAB “Istituto Regina Margherita” di Milazzo e la “Casa di Ospitalità Collereale” di Messina.

Il suddetto protocollo, firmato il 6 febbraio e approvato dal cda dell’ente il 16 febbraio, prevede l’avvio di una procedura di “fusione per incorporazione” dell’IPAB di Milazzo nella IPAB Collereale di Messina.

L’Istituto Regina Margherita di Milazzo purtroppo è da anni in condizioni finanziare “non floride”, e di conseguenza ha notevoli difficoltà a pagare gli stipendi ai due dipendenti, a conservare adeguatamente il patrimonio immobiliare, ed a ottemperare le finalità statutarie.

L’Istituto Regina Margherita, fondato nel 1923, aveva come finalità quella di “accogliere, mantenere, educare ed istruire gratuitamente le orfane povere, anche di guerra, del Comune di Milazzo”. Ovviamente oggi ha adeguato le finalità rivolgendo l’opera assistenziale a favore di minori appartenenti a famiglie in difficolta socio-economica.

Senza però entrate sufficienti sono poche le attività realizzabili. Come si evince infatti dal conto consuntivo del 2017, le somme da riscuotere dal Comune per rette di assistenza a minori sono di appena 1461 euro, comunque non riscosse. Le rette riscosse dai familiari si attestano ad appena 1.999 euro, le donazioni a 1174 euro. Poi ci sono gli affitti e i contributi regionali che comunque non bastano a coprire le spese di gestione.

Vendere e basta sarebbe una soluzione temporanea non risolutoria.

Come lo sono stati i 751.884 euro dati all’istituto dalla Provincia di Messina dal 2009 al 2011 come pagamento per l’esproprio dei terreni dell’ente per la realizzazione dell’Industriale.

E come lo sono stati il 140.000 euro ottenuti nel 2016 dalla vendita dell’immobile in via tono.

Il Collereale è un ente più solido, che effettuata a Messina assistenza agli anziani, e che potrebbe attivare con l’ente milazzese sinergie volte ad un migliore utilizzo delle strutture ai fini statutari.

Per poter “celebrare il matrimonio”, o meglio l’incorporazione dell’Istituto Regina Margherita nella “Casa di Ospitalità Collereale”, l’ente deve però essere privo di debiti.

Da qui la necessità di monetizzare il patrimonio non utilizzato per le attività assistenziali, vale a dire mettere all’asta il “Palazzo del Vicerè”.

L’incasso previsto è di circa 700.000 euro, che serviranno all’istituto a pagare i debiti ed arrivare “lindo” all’incorporazione con il Collereale.

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Piazza Nastasi. Note da un parco giochi mancato

Domenico (2)

Piazza (o Villa) Nastasi è uno degli ultimi retaggi della città post unitaria. Con il suo perimetro rettangolare, perfettamente allineato al reticolo stradale, questo vuoto rappresenta un isolato anomalo, se confrontato con il soffocante tessuto urbano del centro di Milazzo.

Insieme a Piazza Roma e allo spazio dedicato al monumento a Luigi Rizzo, Piazza Nastasi forma un Parco della Rimembranza “diffuso”. I parchi, o giardini della rimembranza, erano (e in molte città lo sono ancora) aree destinate a verde pubblico con il valore aggiunto della celebrazione delle memorie civiche, nazionali e cittadine.

Oggi, tuttavia, il mezzo busto del Generale Gioacchino Nastasi, Comandate di Brigata sul fronte del Piave nel corso della Grande Guerra, sembra guardare con sconsolata indulgenza lo spazio dedicatogli dalla sua città.

Il monumento al Gen. Nastasi, al centro della “piazza”, spesso oggetto di atti vandalici

Quando ancora le civiche amministrazioni conoscevano bene il significato, letterale e simbolico, della parola decoro urbano, immaginavano la struttura delle città al fine di restituire ai cittadini degli spazi di ristoro immersi nel verde, che prima dell’Illuminismo erano una esclusiva della nobiltà. Piazza Nastasi è stata immaginata come la “villa comunale”, seppur di dimensioni insufficienti per una città importante come Milazzo (almeno ai tempi in cui il suo nome viaggiava per l’Europa e il Mondo grazie ai suoi prodotti). Vialetti, panchine, spazi di sosta, il monumento (prima in bronzo, fuso durante il secondo conflitto mondiale, e sostituito con il marmo) di un suo illustre figlio, alberi e siepi.

Col tempo sono arrivai i giochi per bambini, evoluzione naturale di quel tipo di giardino e segno di rispetto per l’infanzia.

Oggi, da padre di bambini piccoli, confesso che uno dei rari spazi del centro cittadino nel quale l’infanzia milazzese potrebbe trovare anche un solo attimo di divertimento mi mette in una situazione di disagio. E il disagio aumenta enormemente dal raffronto con altre realtà nelle quali il verde attrezzato è un elemento scontato della vita urbana. Spingere un’altalena e guardarsi attorno fa capire che la parola decoro urbano è scomparsa da tutti i radar, soprattuto di quelli che la piazza la sporcano.

Piazza Nastasi è quello che oggi si definisce “bene comune”: bene perché costituisce una piccola ricchezza e comune perché appartiene a tutti, bambini e adulti.

Questo bistrattato bene comune ha lo stesso peso della Marina. Seppur piccolo, lo spazio di Piazza Nastasi contribuisce alla irrisoria dotazione di verde attrezzato e, considerata l’assenza ormai cronica, di visione strategica nella programmazione dei servizi pubblici, necessita di un’attenzione sicuramente maggiore di quella ad essa rivolta. In sostituzione di questo spazio, svolge le sue funzioni di parco per i più piccoli, il fazzoletto con prato artificiale del Centro Commerciale, sempre più surrogato delle città reale. Basta osservare la spensieratezza dei bambini mentre giocano tra giochi d’acqua, casette e scivoli per capire come Milazzo sia in grave ritardo proprio nell’ambito dei beni comuni.

I rifiuti di ogni genere, presenti a pochi centimetri – se non sopra – giochi e panchine, denotano un utilizzo improprio di Piazza Nastasi.

Nelle immagini sopra, 6 marzo 2018, si notano i rifiuti vicini agli spazi di sosta e di gioco (persino uno stivaletto “nascosto” sotto una siepe)

Appunti sparsi per la riqualficazione

Per tale motivo sarebbe opportuno integrare i cartelli di divieto posti agli ingressi (oggi limitati al divieto di introdurre motocicli e animali) estendendoli al divieto di fumo (come aveva proposto il Ministero della Salute nel 2015 e come hanno già fatto molti Comuni) e di abbandonare rifiuti; inoltre sarebbe utile indicare gli orari di apertura e chiusura, oltre a norme di buon senso.

Si potrebbero utilizzare magari i fondi destinati a qualche effimera manifestazione (passeggera) per ridisegnare e riqualificare la Piazza (intervento strutturale) integrando il verde, curare le siepi al fine di migliorare l’effetto barriera ai rumori e allo smog.

Sarebbe necessario, inoltre, integrare i giochi, prevedere uno spazio flessibile al fine di poter ospitare manifestazioni dedicate proprio ai più piccoli, in accordo con le scuole della città: letture all’aperto, spettacoli, lezioni sulla legalità. Per la sicurezza complessiva dello spazio pubblico si dovrebbe migliorare l’illuminazione e prevedere un sistema di videosorveglianza, oltre a qualche periodica visita del corpo di polizia municipale o delle forze dell’ordine, proprio per manifestare come uno degli spazi più rappresentativi della città non sia più abbandonato a se stesso.

Infine, per ripristinare proprio la funzione storica della piazza si potrebbe predisporre e installare un cartello informativo con le note biografiche del generale Nastasi e la storia della piazza, magari messo a sistema con altri cartelli simili da distribuire a Piazza Roma e presso il monumento all’Ammiraglio Rizzo.

La piazza potrebbe essere simbolicamente adottata da una scuola o da un’associazione cittadina con il compito di monitorare la sua manutenzione e il suo corretto utilizzo, restituendo in questo modo lo spazio alla città e ai cittadini.

Una città e i suoi cittadini, i titoli (bandiere arancioni, città che leggono, borghi tra i più belli d’Italia, …), come uno sportivo, deve guadagnarseli sul campo. Occore prima completare un percorso duro e impegnativo coinvolgendo al massimo i cittadini che, alla fine, possono toccare con mano dei risultati. Altrimenti i titoli accaparrati ad honorem non sono altro che dei vessilli vuoti.




Palazzo dei Vicerè: Scende in campo l’ITET “Leonardo da Vinci” di Milazzo

francesco damico

Nella mattinata del 6 marzo, gli alunni della V A del corso Costruzioni Ambiente e Territorio (o, per brevità, Geometri) dell’ITET “Leonardo da Vinci” di Milazzo, diretto dalla preside Stefania Scolaro, sono stati accompagnati dal docente ing. Giuseppe D’Amico in una visita guidata al Palazzo dei Viceré e dei Governatori, sito al Borgo in via G. Rodriguez-D’Amico, per l’effettuazione di un sopralluogo finalizzato all’elaborazione di un progetto di recupero di tale bene, in un’ottica di riqualificazione complessiva del patrimonio storico-architettonico milazzese.

 

Un’iniziativa che mira a sensibilizzare gli studenti sulla conoscenza e la valorizzazione dei beni culturali comunali, nata nell’ambito di un percorso, già avviato dall’ing. D’Amico con la progettazione del comparto edificatorio, compreso tra la via Pescheria e Piano baele, nel quadro delle previsioni del PRG del centro storico.

L’obiettivo, in questa fase iniziale, è quello di progettare la messa in sicurezza, dal punto di vista statico e del risanamento conservativo, del pregevole edificio – costruito a partire dal 1600 -, per poi procedere alla stima dei costi e alla redazione di un progetto esecutivo di riqualificazione, da proporre alla Comunità Europea ai fini del finanziamento.

Secondo l’ingegnere-docente, il bene in questione dovrebbe rivestire un ruolo preminente all’interno di un percorso virtuoso di rilancio dell’offerta turistico-culturale, con finalità variegate (tra cui quella museale); un circuito che comprenda anche la Città Murata, la Chiesa di San Francesco, Palazzo D’Amico, il Capo ecc.

 

Grazie alla meritoria opera della Dirigente Stefania Scolaro, l’ITET “da Vinci” è da anni in prima linea in un’azione d’impulso per la promozione e tutela dei beni comuni della città. Un’azione che fa della scuola un centro all’avanguardia nella diffusione di conoscenza e nello sviluppo di proposte per rendere sempre più qualificata sul piano culturale ed ecosostenibile l’economia dell’intero comprensorio milazzese.

Provvederemo ad aggiornare con successivi articoli l’avanzamento dell’iter progettuale di questa e di altre iniziative analoghe che la scuola ha in cantiere.

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Osservazioni sui fanghi prodotti dall’Impianto di depurazione di Milazzo e sulla loro variabilità politica

giuseppe damico

L’eccessiva produzione di fango non è necessariamente indice di un buon rendimento depurativo, ma potrebbe essere anche indice di una disfunzione. Ad es. per un eccesso di biomassa nel ricircolo della linea fanghi, di fango di supero, di tempo di permanenza nei reparti di sedimentazione, dell’età del fango, del carico organico in ingresso, o per un malfunzionamento in fase biologica, etc etc..…

Il volume e la qualità del fango sono parametri dipendenti da innumerevoli fattori e non forniscono il quadro del rendimento depurativo, che deve essere misurato dal confronto tra i parametri d’ingresso e di uscita di un impianto.

La produzione di fanghi è ottimale se riesce a mantenersi sulle previsioni progettuali, in base alle quali è stata dimensionata anche la vasca di digestione aerobica.

Il costo del trattamento fanghi può raggiungere il 45% del totale e quindi un eccesso di fanghi si traduce anche in un eccesso di costi.

In larga massima la produzione ottimale pro-capite di fanghi su base secca (non umida), corrisponde a 70 grammi/ab.g pari a 2,2 litri/ab.g per una umidità del 97%.

In tal caso a Milazzo dovremmo aspettarci una produzione annuale di quasi 28.000 mc/anno su base umida e quasi 870 tonnellate di fango su base secca, ossia prima di essere avviata a eventuali processi stabilizzativi, e questo non mi risulta che avvenga.

Invece il conferimento in discariche specializzate avviene certamente, immagino, con costi altissimi, tanto maggiori quanto maggiore è il volume di fango prodotto.

Ma mi domando, se l’impianto fosse davvero così efficiente, quale sarebbe la necessità di realizzare il raddoppio della linea depurativa dal costo di 8 milioni di euro?

Vista una tale efficienza, forse potremmo spendere questi soldi per realizzare una linea fanghi che preveda la digestione anaerobica, che tra l’altro permetterebbe di abbattere i costi grazie alla produzione di biogas da utilizzare direttamente nel riscaldamento dell’impianto, di avere un prodotto finale stabilizzato, e quindi niente puzza.

La produzione di bio-metano permetterebbe di rendere l’impianto quasi autosufficiente dal punto di vista energetico, con notevole risparmio di costi di gestione a carico dei cittadini.

In verità, sarebbe un altro il parametro che dovremmo vedere comunicato agli organi di stampa, a caratteri cubitali, e cioè il rendimento depurativo con i valori di BOD dell’effluente finale, quello che dalla vasca di carico si immette nella condotta sottomarina e quindi nel nostro mare, i cui numeri rimangono ancora oggi top secret.




La dimensione familiare dello SPRAR

federicaA conclusione della piccola inchiesta sull’ immigrazione (http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/come-litalia-accoglie/ e http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/laltro-volto-dellaccoglienza/ ), occorre riportare lo sguardo sul nostro territorio. Il territorio di Milazzo e il suo comprensorio sono da tempo luoghi dell’accoglienza, e la presenza degli SPRAR ne è la conferma. Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (più comunemente SPRAR) è una struttura di seconda accoglienza, finalizzata all’inserimento dei ragazzi nel nuovo contesto, nella nuova società. Ho incontrato Doriana Siracusa, che coordina i due gruppi di operatori (Milazzo e Pace del Mela) della Cooperativa Utopia, ente affidatario della gestione.  

 

Come nasce uno SPRAR?

Lo SPRAR ha una doppia anima: il Comune e l’Ente gestore. Innanzitutto, parliamo di una rete, appunto la rete degli SPRAR. La nostra non è un’iniziativa autonoma, tanto che abbiamo dei doveri di rendicontazione annuale ben precisi. Dobbiamo motivare qualsiasi tipo di decisione sia inerente alla gestione della struttura in se’ che, soprattutto, in merito alle scelte sul percorso di integrazione dei ragazzi. Il comune decide di aderire alla rete SPRAR nazionale e poi ne affida la gestione ad un ente, non potendosi spendere in prima persona in tal senso. La cooperativa “Utopia” è l’ente gestore degli SPRAR di Milazzo e Pace del Mela.

Chi sono gli ospiti dello SPRAR?

A Pace del Mela abbiamo solo minori. A Milazzo, invece, abbiamo più strutture, quindi ci sono sia minorenni che maggiorenni. Questo comporta dei vantaggi, perché è possibile dare una prosecuzione al percorso d’integrazione sempre sullo stesso territorio. A Pace del Mela, invece, i ragazzi devono necessariamente cambiare ambiente al compimento dei 18 anni, ma reinserirsi in nuovo contesto può comportare delle difficoltà.

Con quale criterio i ragazzi vengono assegnati ad uno SPRAR?

Non c’è un criterio di merito o personale, si va in ordine di arrivo. Inoltre ormai lo SPRAR accoglie anche i non richiedenti asilo. Purtroppo i ragazzi sono tanti e i posti negli SPRAR pochi, quindi spesso si fa ricorso alle strutture prefettizie (i CAS, i CARA, ecc…), che in teoria sarebbero destinate alla prima accoglienza.

Come si trascorre la giornata in uno SPRAR?

Qui noi organizziamo attività che implichino l’integrazione sul territorio. Innanzitutto i ragazzi frequentano le lezioni pomeridiane alla scuola media “G. Garibaldi” di Milazzo, insieme ad altri stranieri. Ma cerchiamo di dare spazio anche a delle attività più pratiche, come la cucina e lo sport.

Perché proprio la cucina?

Diciamo che i laboratori di cucina che teniamo qui nascono anche da un’esigenza pratica. In particolare, qui a Pace del Mela, trattandosi di minori, abbiamo avuto problemi con l’ottenimento di borse lavoro e di occasioni di tirocinio. Quindi abbiamo pensato ad un’attività che fosse utile e spendibile in maniera immediata nel mondo del lavoro, e il settore della ristorazione ci è parsa la risposta migliore. Il primo laboratorio di cucina è stato realizzato nel 2016, con due incontri settimanali. L’impegno prosegue tuttora ed è anche un’occasione per avvicinare i ragazzi ad una sfaccettatura della cultura italiana, qual è appunto la cucina.

E per quanto riguarda lo sport, invece?

Per noi lo sport ha un valore molto importante. Abbiamo visto realizzarsi incontri sportivi che per noi sono stati dei veri esempi di integrazione. Lo sport più praticato è sicuramente il calcio. A tal proposito ci tengo a citare il Progetto “Rete!”, promosso dalla FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) nel 2005, con lo scopo di realizzare l’integrazione proprio avvalendosi di questo sport. Gli SPRAR di Milazzo e Pace del Mela hanno affrontato tre fasi. Nella prima, quella territoriale, i tre SPRAR (Milazzo, minori e maggiorenni e Pace del Mela) si sono sfidati tra di loro; hanno poi affrontato la fase interregionale e quella nazionale, per poi classificarci al secondo posto. Oltre ad essere stata una grande soddisfazione, è stato davvero un momento fantastico, emozionante. Tra l’altro uno dei nostri ragazzi, Abubacarr Konta, è stato coinvolto nel messaggio promozionale della campagna #Equalgame promossa dalla UEFA. (link articolo)

Pensi sia effettivamente riuscita l’integrazione dei ragazzi sul territorio?

Penso proprio di sì. A Pace del Mela è stato sicuramente più semplice. Il contesto è molto più ristretto, si è creato un clima davvero familiare. Ha avuto un ruolo in tutto questo anche la posizione della struttura, che a Pace è collocata in un residence, quindi perfettamente compenetrata nella vita dei residenti. A Milazzo è più complesso. La città è molto più grande e lo SPRAR (quello per i minori, almeno) si trova al Capo, quindi indiscutibilmente fuori dal centro.

Come riuscite a mantenere gli SPRAR?

Con i fondi europei. Il Ministero dell’Interno li trattiene in prima battuta per poi devolverli all’ente locale. Dopodiché l’ente locale provvede a determinare la quota da assegnare alla cooperativa che gestisce la struttura, dopo aver vagliato il bilancio comunale. Spesso si verificano dei forti ritardi, quindi non è raro che la cooperativa debba anticipare dei soldi per coprire le spese. Ma la cosa che mi tocca è che nonostante la tendenziale precarietà, tutti gli operatori che lavorano qui dentro partecipano con vigore, con una motivazione che va davvero al di là dello stipendio.

Che tipologie di figure professionali lavorano qui?

Io sono una psicoterapeuta e coordino i due gruppi, di Pace e di Milazzo. Fondamentalmente lavorano educatori sociali, ai quali va tutto il merito per come sono riusciti a introdurre i ragazzi nel nuovo contesto sociale che li ha accolti. Sono dei ragazzi volenterosi, coscienziosi, rispettosi. Il lavoro che spetta a tutti noi non è semplice. Dobbiamo prestare molta attenzione sia al percorso che alla crescita comportamentale del ragazzo, la nostra sfida è fare in modo che ognuno di loro si riesca a realizzare al meglio. In tal senso, se secondo noi sussistono le motivazioni, possiamo richiedere anche delle proroghe alla permanenza oltre i 18 anni (se ad esempio il ragazzo si è integrato particolarmente, addirittura radicandosi, trasferirlo sarebbe un danno per lui). Ma in ogni caso, sia che si tratti di mobilità che di permanenza, dobbiamo motivare tutto, dobbiamo spiegare qual è la ragione delle nostre scelte e il collegamento con il progetto educativo di ognuno.

Qual è la causa per eccellenza che uno SPRAR sposa?

Creare rapporti. Noi diventiamo per il ragazzo un punto di riferimento. Molti di loro hanno perso parenti, amici; noi vogliamo dimostrare la nostra presenza nelle loro vite. Ma lo scopo di uno SPRAR è anche quello di insegnare ai ragazzi a sapersi gestire da soli. Non c’è dubbio che, per realizzare tutto questo, una famiglia sarebbe migliore. In effetti la linea preferenziale sarebbe l’affido familiare, piuttosto che il collocamento in una struttura di accoglienza o, addirittura, in una struttura prefettizia. Ma questo creerebbe difficoltà di un certo tipo, ad esempio cercare famiglie disponibili a svolgere il ruolo di affidatarie, redigere le liste ecc… E questo è reso ancora più complicato dal sensibile pregiudizio che permane tra la gente. Quindi noi ci proponiamo di essere quella che io definisco una “famiglia vicaria”.

Secondo te, perché si sono sviluppate posizioni contrarie alla cosiddetta “sprarizzazione”? Alcune posizioni definiscono gli SPRAR come ghetti.

Semplicemente per una ragione: ignoranza. Troppo spesso, chi fa polemica non conosce il progetto SPRAR, né le nostre attività, né la nostra realtà in generale. Mi sono capitati non pochi episodi in cui ho potuto toccare con mano quanto la gente sia capace di ancorarsi ai pregiudizi. E’ triste, davvero triste. Ma noi continuiamo a credere nelle potenzialità di questo progetto, che realizza bene il fine di integrazione che si è preposto. D’altro canto, se noi ci trovassimo catapultati in un mondo nuovo, non ci piacerebbe avere un punto di riferimento?




Fumo negli occhi: Ecoporto – Autoporto

L’anno scorso, sempre a gennaio, era in scena l’ing. Panchavaktra, il magnate indiano, accompagnato da Sammy D’Amico, di Barcellona P.G., che annunciava l’imminente costruzione di un aeroporto.
L’area su cui costruirlo era stata inizialmente indicata a cavallo del fiume Mela, poi, spostata in area ex ASI (ora IRSAP), per un costo che inizialmente era stato indicato in 200 milioni e successivamente cresceva fino a sfiorare il miliardo di euro.
La presentazione dell’ing. Panchavaktra e il lancio del suo progetto fu fatta con una pagina intera sulla Gazzetta del Sud, poi gli incontri con Crocetta a Palermo e con il Consiglio Comunale di Milazzo.
Dopo un anno, nessuna notizia.
Ora è il turno dell’Ecoporto.
L’assessore Torre aveva provato a farlo inserire tra gli studi finanziati dalla Comunità Europea (progetto Interreg), ma senza successo.
L’area del progetto nel 2016 andava dal Tennis e Vela a San Giacomo, per un costo di circa dieci di milioni di euro. (link articolo comune di Milazzo )
Il progetto, bocciato dalla Comunità Europea sembrava fosse abortito, ma eccolo rinascere più grande di prima, importo previsto 150 milioni di euro.
Area occupata, dal Molo Marullo a Vaccarella.
Finanziatori?
Non meglio identificate società Cinesi.
Ancora una volta progetti enormi con finanziatori non chiari. Evaporerà anche questo con i primi mesi caldi?
Progetti che abbagliano e che fanno illudere una terra letteralmente affamata di lavoro, che così perde di vista ciò che invece è a portata di mano. Obiettivi raggiungibili senza scomodare i magnati dell’estremo oriente.
Il porto di Milazzo, infatti, grazie alle tasse generate dai pontili della Raffineria, fa incassare ogni anno ben 8 milioni di euro all’Autorità Portuale.
Una somma enorme quella che il porto di Milazzo ha messo nel “salvadenaio” dell’Autorità Portuale (oltre 150 milioni in 17 anni di Autorità Portuale) e che solo in minima parte è ritornata sul nostro territorio.
L’unico a trarne vantaggio, fino ad ora, è stato il porto di Messina, che in questi anni è diventato il maggiore terminale crocieristico siciliano, surclassando Palermo e Catania e che, con il “patto della Falce”, conta di rifare il look della zona falcata.
Non a caso a Messina sono preoccupati, molto più che a Milazzo dell’accorpamento con l’Autorità Portuale di Gioia Tauro, in quanto , come più volte affermato, sottrarrebbe a Messina le risorse generate dal porto di Milazzo.
A Milazzo, invece, in questi anni non è arrivato quasi nulla.
Per l’Autorità Portuale e per il gruppo Franza, il porto di Milazzo è destinato al traffico del gommato pesante (vedi HUB in zona ex Montecatini), e in caso di realizzazione del ponte sullo stretto, rilanciata oramai sia da destra che da sinistra, a “cantiere remoto”.
Vogliamo le navi da crociera a Milazzo?
Non c’è bisogno dei finanziatori cinesi e dell’ecoporto. Basterebbe dare seguito ai progetti inseriti da anni nei piani triennali dell’Autorità Portuale, per realizzare i quali vi sono anche i soldi.porto
Vogliamo un porto turistico che ospiti centinaia di barche e cantieri?
Anche in questo caso non ci sarebbe bisogno di attendere l’ecoporto ma basterebbe rivedere il piano regolatore del porto di Milazzo e gestire in modo più razionale l’area di acqueviole.hub porto
Senza elemosinare finanziamenti in India o in Cina, i soldi per rivoluzionare il volto del porto di Milazzo ci sono, e sono generati, al ritmo di 8 milioni l’anno, proprio dal nostro porto.
Nel comitato portuale, da sempre, siede anche l’amministrazione comunale di Milazzo.
E’ forse il caso di provare a far sentire la nostra voce.
Ovviamente è più comodo continuare a non fare niente, non elaborare alcuna strategia di sviluppo e “tirare a campare” aspettando la “manna dal cielo” o meglio dall’Asia, mentre continuiamo a farci depredare.




L’ecoporto e i “sogni” di Milazzo

Domenico (2)

Quello presentato lo scorso 27 gennaio a Palazzo D’Amico «non è solo il progetto di un porto». Lo afferma il Sindaco Giovanni Formica che, in apertura della conferenza di presentazione della proposta di ecoporto, precisa che si tratta di un nuovo modello, di una prospettiva alternativa allo sviluppo industriale. La stessa data di presentazione, di un giorno precedente alla manifestazione contro l’inceneritore, cade a proposito – prosegue il primo cittadino che, confermando l’adesione dell’Amministrazione mamertina, ha ribadito come la stessa industrializzazione «non sia più compatibile con i sogni di questo territorio».

La portualità il turismo (per il quale si affaccia la finestra lasciata aperta dall’instabilità di moltissimi paesi del Mediterraneo), lo sviluppo sostenibile, diventano i campi su cui «le forze migliori della città devono interrogarsi sul futuro di Milazzo», conclude Formica.

La proposta – va precisato che si tratta di uno studio di prefattibilità – è stata sviluppata tenendo come punti fermi la sicurezza, l’utilizzabilità e il rispetto ambientale del porto galleggiante, partendo dagli studi sperimentali già portati avanti dal gruppo di progettazione insieme alla Regione Sardegna.

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Prototipo di molo cavo, presentato nel corso della conferenza di Palazzo D’Amico

Il porto galleggiante si compone di elementi modulari cavi, realizzati con la collaudata tecnica del ferrocemento, sperimentata da Pier Luigi Nervi, pioniere nel secolo scorso delle sturare nate dall’unione del calcestruzzo e delle armature metalliche. Con soli 4 centimetri di spessore – chiarisce l’ing. Giorgio Salis ideatore del porto galleggiante – è possibile realizzare corpi non solo galleggianti ma resistenti all’acqua e ai carichi meccanici (fino a 19 mila kg/mq) che offrono anche spazio di rimessaggio ad esclusivo uso dei proprietari degli scafi che vi ormeggiano.

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Spazio interno del molo galleggiante

Il brevetto di porto galleggiante è stato portato avanti grazie all’incontro del gruppo di progettazione con CISVAM (Centro Internazionale di Studi per la Valorizzazione dell’Ambiente e del Mare) che può contare sul supporto di una fitta rete di centri di ricerca scientifica e il progetto World ideato da Francesco Signoriello e finalizzato alla promozione dell’internazionalizzazione delle Piccole e Medie Imprese.

Per Milazzo il gruppo di progettazione si è ispirato alle condizioni meteo marine di Cala Gonone-Dorgali, nel Golfo di Orosei, che presenta una esposizione similare alla riviera di Levante. Lo studio prevede un attacco a terra tramite molo carrabile in continuità con la rotatoria di Piazza della Repubblica. Il molo è dotato di servizi e attività commerciali, mentre il sistema di dighe potrebbe avere uno sviluppo di circa 1 km non continuo ma con elementi fino a 10 metri collegati tra loro.

Lo schema planimetrico realizzato per il porto di Milazzo dal gruppo di progettazione composto da HMR Ingegneria, Thesis, Ing. Giovanni Matteotti, Dolmen, Acqua Engineering, Laira, Tre Esse e Ing. Alessandro Mulas.

A nord del molo è previsto l’attracco di navi commerciali e da crociera, a sud trova spazio il diportismo, circa 600 i posti barca previsti. Anche gli “elementi diga” sono cavi, e sono necessari per smorzare l’effetto del grecale, limitando l’impatto delle onde all’interno dello spazio portuale. Inoltre la pressione dell’aria spinta dal mare in ingresso nelle vasche interne alle dighe potrebbe alimentare delle turbine capaci di generare fino a 5-6 MW per rendere energicamente autonomo il porto. Il getto in opera dei corpi galleggianti avviene direttamente in mare, con la conseguente limitazione di movimentazione di materiali e mezzi. Ciò – è il valore aggiunto della proposta – determina la rapidità realizzativa (circa 30 mq ogni 30 minuti): con tali tempistiche il progetto di Milazzo, potrebbe essere realizzato in un anno di lavoro. L’impatto complessivo, specifica Salis, è limitato e gli ancoraggi dei corpi avviene tramite elementi puntuali che in questo modo lasciano il fondo libero per la conservazione della posidonia.

La sinergia tra CISVAM e il Comune di Milazzo nasce nel 2015, durante un incontro romano tra il Sindaco, l’Assessore Carmelo Torre e Francesco Signoriello che propone l’idea del porto galleggiante all’interno di una partnership transazionale per un di finanziamento comunitario, fermatosi – chiarisce Torre – dopo il primo livello di approfondimento.

Alberto Cozzo, avvocato marittimista catanese e socio CISVAM è intervenuto per inquadrate il segmento economico del diportismo e del turismo crocieristico precisando come i porti siciliani si stiano facendo sfuggire una grande opportunità, già colta in pieno dagli approdi maltesi. In un campo, come quello delle compagnie di navigazione che pianificano con un anticipo di almeno due anni le proprie crociere – afferma Cozzo – la presenza di un porto all’avanguardia è solo il primo tassello di un mosaico che vede tutto il tessuto economico chiamato a fare sistema per poter offrire un prodotto completo, servizi e attrattive per le 8 o 24 ore che un crocierista passa a terra.

Progetto per il porto galleggiante di Milazzo. Detaglio degli spazi a terra

La conferenza ha suscitato molta curiosità e una partecipazione attiva del pubblico che al termine della presentazione ha posto alcuni quesiti che hanno permesso di contestualizzare meglio le criticità, i timori e le aspettative che un’opera come quella del porto galleggiante porta con sé. La riviera di Levante è stata privilegiata rispetto a quella di Ponente per ragioni di ordine tecnico (l’impatto degli effetti di un vento prevalente – il solo Grecale – contro i tre di Ponente) e di ordine estetico (a Levante – dice Salis – è presente un notevole inquinamento visivo causato dalla raffineria, mentre a Ponente il mare aperto sulle Eolie è una buona motivazione per non chiudere l’orizzonte). Ai dubbi sulla possibile pressione veicolare sulla storica passeggiata Lungomare Salis rassicura che il porto galleggiante sarà immaginato per accostarsi con rispetto alla Marina (è possibile anche ospitare delle auto nei corpi cavi degli elementi galleggianti, eliminandole delle strade prossime al porto), rappresentandone anche il moderno prolungamento.

Il porto galleggiante  a regime – conclude Signoriello – porterà nuovi livelli occupazionali tra servizi diretti e indotto (al momento non stimabili ma inquadrati nell’ordine di 200 unità). Le opere – la spesa si aggira intorno ai 150 milioni di euro – potranno essere realizzate grazie ad investimenti di tipo privato (anche internazionale) nel campo delle infrastrutture e del turismo già disponibili; ciò non toglie che sarà possibile il coinvolgimento dell’imprenditoria locale per la quale anche il Sindaco Formica ha auspicato a breve un incontro con i promotori dell’iniziativa.