Mentre a Roma si discute…

Aveva un che di profetico la vignetta di Mauro Biani pubblicata sul “Manifesto” in occasione delle elezioni regionali in Sicilia dello scorso 5 novembre. La vignetta raffigurava la penisola italiana, costituita da tante Sicilie quante sono le regioni attuali; e poi la didascalia, emblematica: Fatti loro. Se era davvero una profezia, allora abbiamo un motivo in più per crederci: perché, ragionevolmente, l’esito delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo è stato il riflesso su larga scala delle nostre regionali. Al primo posto, ma solo perché in coalizione, il centro destra. Al secondo posto, ma primo partito, il Movimento 5 stelle. Terzo e quarto posto, la sinistra, rispettivamente l’ala moderata e l’ala più progressista.

E al quarto posto, perché non citarlo, il partito degli astenuti. Certo, accusare in modo generico non è corretto, né lo è cercare un capro espiatorio a cui attribuire la causa di una media del 30 % di astensionismo, di cui bisogna chiedersi il perché. È vero, dobbiamo essere realisti, non è un dato eccessivamente allarmante; lo diventa nel momento in cui, chiedendo il perché non siano andati a votare, scopriamo che, oltre agli astensionisti puri (quelli del “Non cambia niente”), c’è la schiera di studenti e lavoratori fuori sede, forse non meritevoli di una legge che legittimi il loro voto per procura (fuori sede meritevoli solo di un’ “agevolazione” di Trenitalia); gli anziani, giustamente inibiti dalle trafile burocratiche per richiedere l’assistenza nei seggi. Per avere un’idea, a Milazzo, la percentuale dei votanti è stata del 67,67% per la Camera, del 67,28% per il Senato.

Se dovessimo sintetizzare queste elezioni, probabilmente la parola CAOS sarebbe esaustiva. La legge elettorale, il Rosatellum, è una legge caotica: scritta male, poco schematica, contraddittoria in certi punti (persino tra i commi di uno stesso articolo). Il sistema elettorale è caotico, come la legge madre che l’ha partorito: un sistema misto, con sistema maggioritario per i collegi uninominali, proporzionale per i plurinominali, scorporo dei voti, nessun premio di maggioranza, 3 tipi di soglia di sbarramento. La campagna elettorale è stata caotica: una pioggia di accuse reciproche, di autoesaltazioni, di utilizzo ignorante dei social, di programmi arditi e fantasiosi.

Programmi. Qui veniamo al perché questo discorso interessa tutti. A ognuno di noi, a ogni cittadino di Milazzo, questa cittadina di 35.000 abitanti della provincia di Messina, in Sicilia, serve conoscere i programmi politici e prima di tutto serve sapere che orientamento seguono quelli da cui verrà rappresentato; e non perché “dobbiamo informarci”, ma perché per quanto tutto sembra aver perso il senso, per quanto siamo giustamente tutti disorientati, in Parlamento, presso la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica, c’è chi decide per noi. E quando inizieremo a inveire contro lo Stato, un’entità a cui diamo una connotazione mistica, ci toccherà farci un esame di coscienza e domandarci: chi ho votato alle scorse elezioni? Perché ho votato quel partito? Sapevo in che modo i miei voti sarebbero stati ripartiti in Parlamento fra gli eletti?

Il 23 marzo, venerdì, le Camere si riuniranno per la loro prima seduta. Dopo le Camere, arriverà il turno di gioco del Governo. Ma sotto quale colore politico? Lega e Movimento 5 stelle sono i papabili. Ci importa qual è il programma politico di questo partito e di questo movimento, perché se realmente, come governo di larghe intese, dovessero ricevere la fiducia parlamentare, determinerebbero loro, insieme ai parlamentari (che noi abbiamo votato) l’indirizzo politico del nostro paese, detteranno leggi che noi dovremo rispettare, introdurre novità che ci porteranno benefici e altre che ci peseranno.

È giusto che ognuno tragga le sue conclusioni, ancora più giusto che queste opinioni divergano tra loro. Le opinioni, per quanto giuste o sbagliate, per quanto concordi o discordi, sono sinonimo di una posizione presa, di una nostra chiarezza mentale. Chiarezza, è ciò che da italiani abbiamo il dovere di pretendere: chiarezza nelle leggi, nel funzionamento delle pubbliche amministrazioni, nelle sentenze degli organi giudiziari. Dobbiamo pretendere la decriptazione di un linguaggio che rischia di diventare élitario, di un’élite che non sempre vuole condividere il percorso politico con i propri stessi elettori. Tito Livio, storico latino, scrive: “Mentre a Roma di discute, Sagunto viene espugnata”. Noi siamo la Sagunto, la Sagunto che per difendersi deve fare il contrario di ciò che ci si aspetta lei: deve abbandonare il suo fatalismo e imbracciare l’arma della partecipazione.

 

In conclusione, mi permetto di dare due suggerimenti:

  1. il Ministero dell’Interno gestisce un portale, “Eligendo”, sulle elezioni politiche: un modo per scoprire chi ci rappresenterà in Parlamento nelle due camere: http://elezioni.interno.gov.it/camera/scrutini/20180304/scrutiniCI25120000000 (Milazzo è inserita nella circoscrizione Sicilia 2, collegio plurinominale Sicilia 02-01, collegio uninominale 02- Barcellona Pozzo di Gotto).
  2. Consiglio di leggere il discorso che Pericle pronunciò agli Ateniesi nel 461 a.C., specie nella parte in cui afferma: “Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, bensì inutile”.



La dimensione familiare dello SPRAR

federicaA conclusione della piccola inchiesta sull’ immigrazione (http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/come-litalia-accoglie/ e http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/laltro-volto-dellaccoglienza/ ), occorre riportare lo sguardo sul nostro territorio. Il territorio di Milazzo e il suo comprensorio sono da tempo luoghi dell’accoglienza, e la presenza degli SPRAR ne è la conferma. Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (più comunemente SPRAR) è una struttura di seconda accoglienza, finalizzata all’inserimento dei ragazzi nel nuovo contesto, nella nuova società. Ho incontrato Doriana Siracusa, che coordina i due gruppi di operatori (Milazzo e Pace del Mela) della Cooperativa Utopia, ente affidatario della gestione.  

 

Come nasce uno SPRAR?

Lo SPRAR ha una doppia anima: il Comune e l’Ente gestore. Innanzitutto, parliamo di una rete, appunto la rete degli SPRAR. La nostra non è un’iniziativa autonoma, tanto che abbiamo dei doveri di rendicontazione annuale ben precisi. Dobbiamo motivare qualsiasi tipo di decisione sia inerente alla gestione della struttura in se’ che, soprattutto, in merito alle scelte sul percorso di integrazione dei ragazzi. Il comune decide di aderire alla rete SPRAR nazionale e poi ne affida la gestione ad un ente, non potendosi spendere in prima persona in tal senso. La cooperativa “Utopia” è l’ente gestore degli SPRAR di Milazzo e Pace del Mela.

Chi sono gli ospiti dello SPRAR?

A Pace del Mela abbiamo solo minori. A Milazzo, invece, abbiamo più strutture, quindi ci sono sia minorenni che maggiorenni. Questo comporta dei vantaggi, perché è possibile dare una prosecuzione al percorso d’integrazione sempre sullo stesso territorio. A Pace del Mela, invece, i ragazzi devono necessariamente cambiare ambiente al compimento dei 18 anni, ma reinserirsi in nuovo contesto può comportare delle difficoltà.

Con quale criterio i ragazzi vengono assegnati ad uno SPRAR?

Non c’è un criterio di merito o personale, si va in ordine di arrivo. Inoltre ormai lo SPRAR accoglie anche i non richiedenti asilo. Purtroppo i ragazzi sono tanti e i posti negli SPRAR pochi, quindi spesso si fa ricorso alle strutture prefettizie (i CAS, i CARA, ecc…), che in teoria sarebbero destinate alla prima accoglienza.

Come si trascorre la giornata in uno SPRAR?

Qui noi organizziamo attività che implichino l’integrazione sul territorio. Innanzitutto i ragazzi frequentano le lezioni pomeridiane alla scuola media “G. Garibaldi” di Milazzo, insieme ad altri stranieri. Ma cerchiamo di dare spazio anche a delle attività più pratiche, come la cucina e lo sport.

Perché proprio la cucina?

Diciamo che i laboratori di cucina che teniamo qui nascono anche da un’esigenza pratica. In particolare, qui a Pace del Mela, trattandosi di minori, abbiamo avuto problemi con l’ottenimento di borse lavoro e di occasioni di tirocinio. Quindi abbiamo pensato ad un’attività che fosse utile e spendibile in maniera immediata nel mondo del lavoro, e il settore della ristorazione ci è parsa la risposta migliore. Il primo laboratorio di cucina è stato realizzato nel 2016, con due incontri settimanali. L’impegno prosegue tuttora ed è anche un’occasione per avvicinare i ragazzi ad una sfaccettatura della cultura italiana, qual è appunto la cucina.

E per quanto riguarda lo sport, invece?

Per noi lo sport ha un valore molto importante. Abbiamo visto realizzarsi incontri sportivi che per noi sono stati dei veri esempi di integrazione. Lo sport più praticato è sicuramente il calcio. A tal proposito ci tengo a citare il Progetto “Rete!”, promosso dalla FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) nel 2005, con lo scopo di realizzare l’integrazione proprio avvalendosi di questo sport. Gli SPRAR di Milazzo e Pace del Mela hanno affrontato tre fasi. Nella prima, quella territoriale, i tre SPRAR (Milazzo, minori e maggiorenni e Pace del Mela) si sono sfidati tra di loro; hanno poi affrontato la fase interregionale e quella nazionale, per poi classificarci al secondo posto. Oltre ad essere stata una grande soddisfazione, è stato davvero un momento fantastico, emozionante. Tra l’altro uno dei nostri ragazzi, Abubacarr Konta, è stato coinvolto nel messaggio promozionale della campagna #Equalgame promossa dalla UEFA. (link articolo)

Pensi sia effettivamente riuscita l’integrazione dei ragazzi sul territorio?

Penso proprio di sì. A Pace del Mela è stato sicuramente più semplice. Il contesto è molto più ristretto, si è creato un clima davvero familiare. Ha avuto un ruolo in tutto questo anche la posizione della struttura, che a Pace è collocata in un residence, quindi perfettamente compenetrata nella vita dei residenti. A Milazzo è più complesso. La città è molto più grande e lo SPRAR (quello per i minori, almeno) si trova al Capo, quindi indiscutibilmente fuori dal centro.

Come riuscite a mantenere gli SPRAR?

Con i fondi europei. Il Ministero dell’Interno li trattiene in prima battuta per poi devolverli all’ente locale. Dopodiché l’ente locale provvede a determinare la quota da assegnare alla cooperativa che gestisce la struttura, dopo aver vagliato il bilancio comunale. Spesso si verificano dei forti ritardi, quindi non è raro che la cooperativa debba anticipare dei soldi per coprire le spese. Ma la cosa che mi tocca è che nonostante la tendenziale precarietà, tutti gli operatori che lavorano qui dentro partecipano con vigore, con una motivazione che va davvero al di là dello stipendio.

Che tipologie di figure professionali lavorano qui?

Io sono una psicoterapeuta e coordino i due gruppi, di Pace e di Milazzo. Fondamentalmente lavorano educatori sociali, ai quali va tutto il merito per come sono riusciti a introdurre i ragazzi nel nuovo contesto sociale che li ha accolti. Sono dei ragazzi volenterosi, coscienziosi, rispettosi. Il lavoro che spetta a tutti noi non è semplice. Dobbiamo prestare molta attenzione sia al percorso che alla crescita comportamentale del ragazzo, la nostra sfida è fare in modo che ognuno di loro si riesca a realizzare al meglio. In tal senso, se secondo noi sussistono le motivazioni, possiamo richiedere anche delle proroghe alla permanenza oltre i 18 anni (se ad esempio il ragazzo si è integrato particolarmente, addirittura radicandosi, trasferirlo sarebbe un danno per lui). Ma in ogni caso, sia che si tratti di mobilità che di permanenza, dobbiamo motivare tutto, dobbiamo spiegare qual è la ragione delle nostre scelte e il collegamento con il progetto educativo di ognuno.

Qual è la causa per eccellenza che uno SPRAR sposa?

Creare rapporti. Noi diventiamo per il ragazzo un punto di riferimento. Molti di loro hanno perso parenti, amici; noi vogliamo dimostrare la nostra presenza nelle loro vite. Ma lo scopo di uno SPRAR è anche quello di insegnare ai ragazzi a sapersi gestire da soli. Non c’è dubbio che, per realizzare tutto questo, una famiglia sarebbe migliore. In effetti la linea preferenziale sarebbe l’affido familiare, piuttosto che il collocamento in una struttura di accoglienza o, addirittura, in una struttura prefettizia. Ma questo creerebbe difficoltà di un certo tipo, ad esempio cercare famiglie disponibili a svolgere il ruolo di affidatarie, redigere le liste ecc… E questo è reso ancora più complicato dal sensibile pregiudizio che permane tra la gente. Quindi noi ci proponiamo di essere quella che io definisco una “famiglia vicaria”.

Secondo te, perché si sono sviluppate posizioni contrarie alla cosiddetta “sprarizzazione”? Alcune posizioni definiscono gli SPRAR come ghetti.

Semplicemente per una ragione: ignoranza. Troppo spesso, chi fa polemica non conosce il progetto SPRAR, né le nostre attività, né la nostra realtà in generale. Mi sono capitati non pochi episodi in cui ho potuto toccare con mano quanto la gente sia capace di ancorarsi ai pregiudizi. E’ triste, davvero triste. Ma noi continuiamo a credere nelle potenzialità di questo progetto, che realizza bene il fine di integrazione che si è preposto. D’altro canto, se noi ci trovassimo catapultati in un mondo nuovo, non ci piacerebbe avere un punto di riferimento?




“Fratture” si presenta a Palazzo D’Amico

federicaSi è tenuta il 27 dicembre, a Palazzo D’Amico, la presentazione del romanzo “Fratture”, della milazzese Valentina Di Salvo. Oltre all’autrice, il tavolo dei relatori ha ospitato l’editore Antonio Lombardo, che si è occupato della pubblicazione; le dottoresse Donatella Manna e Lucia Settineri. A curare e moderare l’incontro, Katia Trifirò. I diversi interventi sono stati intervallati dai brani del maestro violinista Giovanni San Giovanni. Negli ambienti in cui si è tenuta la presentazione, sono stati esposti i disegni di Laura Marchese, artista autrice della copertina del romanzo e del book trailer.

Gli interventi si sono rivolti verso l’argomento centrale del romanzo, il tema della violenza di genere, osservato dagli occhi esperti seduti al tavolo dei relatori. Oltre ad un’analisi mirata sul tema, ricorrente è stato l’invito a sensibilizzare ed educare soprattutto le figlie femmine a decifrare gli albori di un amore turbolento (da un lato agognato, dall’altro culla della violenza) e a discostarsene, prima di farsi risucchiare da un vortice da cui è difficile uscire (o quantomeno, non come vittime). Anche perché, si è evidenziato, non è sempre corretto associare automaticamente la violenza di genere a un basso rango culturale; ciò intensifica la difficoltà nell’individuarne i “sintomi”.

Interessante anche l’intervento dell’editore Lombardo, autore di una scelta inconsapevolmente coraggiosa: quella di puntare e investire sulla cultura; questo, in un periodo in cui a livello nazionale non si può dire che si segua questa politica e in un territorio in cui l’offerta culturale segue la strada opposta alla salita.

Poche sono state le parole pronunciate dalla timidissima Valentina Di Salvo, che ha mostrato di preferire esprimersi attraverso le pagine di un libro piuttosto che oralmente davanti a una platea, seppur contenuta. Le poche parole da lei pronunciate si bilanciano con gli elogi pronunciati a favore dell’opera, specie in merito all’abilità di saper trattare con estrema delicatezza un tema che è per sua definizione crudo, appunto “violento”.

La presentazione si è mostrata schietta e priva di parole vuote o banali, è andata dritta al cuore dell’argomento. Non una parola banale è stata pronunciata sul tema della violenza di genere e l’evento si è rivelato un’occasione per la cittadinanza di avere degli spunti di riflessione su una tematica che, purtroppo, riempie tuttora le pagine di cronaca nera.

fratture




Fratture. Traumatologia dell’anima.

federica

«Cosa ti aspetti dalla vita?» […] Come se la vita fosse un essere cosciente capace di rispondere a un’aspettativa. Una persona può farlo, non la vita.

Vi è mai capitato di incontrare una persona particolarmente piacevole? Una persona che potrebbe parlare per ore ma che è talmente bello ascoltare che, in realtà, sembra che il tempo si blocchi? I libri a volte sono così. Sono persone che hanno qualcosa da dirci, una storia nascosta da raccontarci. A volte i loro discorsi sono banali e li ascoltiamo senza troppo entusiasmo, altre volte vorremmo che non smettessero mai di parlare.

“Fratture”, di Valentina Di Salvo, rientra sicuramente nella seconda categoria, ma è una persona particolare. In un primo momento, timida; ma poi, inizi a percepire che, che oltre l’apparenza, c’è un tesoro che merita di essere riportato alla luce. E in effetti è proprio così, perché appena rimuovi il coperchio, ciò che si palesa è una storia tutt’altro che insignificante.

Monica è una giovane donna di 37 anni, dall’animo inquieto. Vive a Patti, in provincia di Messina, e sembra non voler ricercare qualcosa di più per la sua vita, per la quale in realtà non è felice. Guarda con aria serafica alla prospettiva di un lavoro migliore, ma non vuole cambiare quello che ha; vorrebbe prendere un treno e andare via dalla Sicilia, su verso il Nord, ma non ha il coraggio di saltare su un treno e ricominciare altrove. La sua storia altro non è che il corollario di una parola: frattura. Frattura tra Monica e il mondo, tra il passato e il presente (e, di conseguenza, anche il futuro), tra la pace e l’inquietudine che si agitano dentro di lei.

Se la frattura è qualcosa che divide un corpo in due parti, allora dovrebbe essere facile cambiare, prendere la rincorsa dalla prima placca e spiccare il volo verso l’altra, cioè una nuova vita. Eppure c’è qualcosa che trattiene Monica ancorata ai fantasmi di un passato non troppo lontano e che rischia di renderla cieca alle occasioni e alle persone che potrebbero proprio essere i suoi biglietti, quelli che da sola non ha ancora il coraggio di acquistare, per andare lontano dopo aver chiuso tutte le ferite ancora aperte.

“Fratture” è la storia di una donna fagocitata dal meccanismo della violenza, quella ingannevole, nascosta dietro i petali di una rosa rossa offerta in dono, dietro una parola dolce sussurrata all’orecchio. Ma, alla fine, per quanto ti vengano lanciati salvagenti tra le onde del mare in burrasca, nessuno, se non tu, può afferrarlo.

Come scenografia, il dipinto di un paese siciliano, con tutto ciò che di dolceamaro esso può contenere: le chiacchiere della gente, i pregiudizi; il caldo soffocante dell’estate e la brezza del mare; il clima familiare che accoglie chi famiglia non ha, la disponibilità di chi ti conosce appena e già sarebbe disposto a tutto per te.

Valentina Di Salvo, giovane autrice Milazzese, con una penna semplice e scorrevole, ha mostrato una palese capacità evocativa e di coinvolgimento; chi si fa avvolgere dalla lettura, scopre pian piano il profilo emotivo della protagonista, si cala nei suoi panni e sente quasi di viverne le stesse emozioni: prova ansia e palpitazione con lei, angoscia con lei, speranza con lei.

Quanto c’è di te nel romanzo?

«Non molto. Per me la scrittura è un mezzo d’indagine per cui mi avvicino ad argomenti che vanno oltre me stessa, creo un personaggio con certe caratteristiche e immagino come potrebbe pensare e affrontare i nodi della vita. Nonostante questo, però, durante la scrittura, si crea una sorta di simbiosi tra me e il personaggio principale.»

“Fratture” in una parola.

«Vuoto. Probabilmente userei questa. »

Non resta che dare l’appuntamento: mercoledì 27 dicembre, ore 17:30, Palazzo D’Amico.




L’altro volto dell’accoglienza

federicaEntrando nell’isola di Lampedusa, vieni catapultato nel tipico ambiente isolano, che noi milazzesi conosciamo bene, vista la familiarità con le Eolie. Il pescatore sistema sui banchi il modesto prodotto della sua attività, che gli permette di vivere; le Mehari circolano in strada silenziose, il mare è puntinato dagli unici due aliscafi che collegano ogni giorno Lampedusa con Agrigento e dalle barchette di pescatori che rientrano. La vita dell’isola non sembra lasciar trapelare affatto un ingente pericolo che si prospetta all’orizzonte: l’invasione degli Africani.

La maggior fonte d’ansia in questo momento sembrano essere proprio loro, i “negri”, i “clandestini”, “quelli che vengono a rubare le nostre donne e a stuprarle”, “quelli che prendono 35/50 euro al giorno”, “quelli che hanno lo smartphone regalato dallo Stato”. Quest’accozzaglia di stereotipi e voci da paese colora le cronache e talvolta persino le chiacchiere scambiate con gli amici attorno a un caffé, ma soprattutto svela due mali sostanziali: la totale disconoscenza del sistema di accoglienza italiano ed europeo e i difetti degli stessi.

Un difetto evidente del Parlamento Italiano (per non andare oltre) è che la legge è roba da specialisti. La consultazione dei testi legislativi e dei regolamenti esecutivi rimane appannaggio dei giuristi; le direttive europee, poi, sono cose dell’altro mondo. La ridondanza del linguaggio giuridico, tutt’altro che semplice, inibisce spesso e volentieri la gente a studiare la realtà partendo da come questa dovrebbe essere (ciò dalle regole), per poi valutare in piena coscienza critica se ci sia un’effettiva congruenza con la realtà. Quando questo passaggio manca, allora si interpreta la realtà “a sentimento”, ed è da qui che nascono gli stereotipi e il malcontento. Il tutto non è certo facilitato dagli alti gradi dei partiti, i quali cavalcano l’onda del disordine, dovuto alle falle del sistema, e fanno il contrario di ciò che dovrebbero fare: far credere che il disordine sia la regola piuttosto che la conseguenza di un flop.

Ora, il sistema di accoglienza italiano è in stato di disordine totale. Ciò che è spiegato nell’articolo precedente (http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/come-litalia-accoglie/) purtroppo è l’utopia. Il sistema reale è intasato. L’incremento drastico degli sbarchi ha portato al verificarsi di una serie di situazioni:

  1. gli hotspots sono andati a contenere anche fino al doppio dei possibili ospiti, evolvendosi da luoghi di passaggio a luoghi di permanenza (alcune testimonianze riportano anche fino a 3 mesi di stasi);

  2. i CARA, Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, che dovevano essere luoghi di passaggio (siamo infatti sempre nell’ambito della prima accoglienza) per coloro i quali avevano vista accolta la loro richiesta di protezione internazionale, sono diventati tappa fissa, inducendo all’istituzione dei CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, che di straordinario, così, non hanno più nulla visto che sono entrati nella normalità.

  3. L’assistenza legale per i migranti è assolutamente lacunosa.

Quest’ultimo punto merita un approfondimento. L’assistenza giuridica prestata alle persone che arrivano, non è affatto un dettaglio: comprendere la propria posizione legale fa la differenza tra l’accoglienza e il respingimento.

Difatti, per quanto se ne dica, i migranti che presentano domanda per la protezione internazionale, non sono affatto in posizione irregolare. Vige, infatti, la regola per cui un soggetto straniero irregolare che sia coinvolto in un procedimento pendente in Italia, regolarizza automaticamente la sua posizione; tradotto: nel momento in cui il migrante compila e firma il modulo per la protezione internazionale (e si avvia quindi il relativo procedimento), la sua posizione in Italia è regolare, non è più clandestino. Il problema è che è bene che il migrante arrivi “già imparato” dal suo paese di provenienza. Nell’hotspot di Lampedusa, la prassi, infatti, è quella di informare i migranti della loro posizione giuridica in lingua italiana, senza dargli il tempo di riprendersi dopo giorni trascorsi in mare (e, perché no, dopo aver visto alcuni dei propri compagni di traversata morire, o dopo aver visto il proprio mezzo di trasporto affondare) e non appena mettono piede dentro le mura dell’hotspot. Sì, mura: l’hotspot di Lampedusa è una fortezza collocata nel cuore dell’isola, circondata dal nulla e collocata in una conca; è circondata da doppie mura sormontate da filo spinato e sorvegliate da militari. Forse neanche all’Ucciardone di Palermo la sorveglianza è così efficiente. A questo sommiamo che dall’hotspot i migranti non possono né entrare né uscire, come fossero prigionieri in senso stretto. Ciò nonostante, nella parte posteriore delle mura gli ospiti hanno ricavato un’apertura da cui uscire. Tutti lo sanno; ma di aprire le uscite principali per dare un taglio a questa pantomima, nemmeno per sogno. Ma tornando al discorso, è in questa situazione (che talvolta può verificarsi anche nel cuore della notte) che viene data lettura della normativa pertinente e si somministra ai migranti una sorta di quiz a crocette. Il quesito è perché sono venuti in Italia; le risposte possibili possono essere il lavoro, la guerra, ecc… In base a queste risposte, che trovano a monte un’informazione sommaria dei diritti dei nuovi arrivati, viene distinto chi è richiedente asilo, chi è rifugiato, chi è migrante economico; e, di conseguenza, se puoi essere accolto o meno.

IMG_4015Ormai l’hotspot di Lampedusa è sempre meno luogo di passaggio. Le navi delle ONG, infatti, effettuano il primo soccorso direttamente alla frontiera, lungo la quale sono disposte; dopo, attraccano direttamente nei grandi porti, Palermo, Catania, Messina, Agrigento (ma non solo). Quando l’attracco avviene qui, l’assistenza legale viene fornita direttamente nelle questure. Le procedure durano anche giorni, durante i quali i migranti vivono sulle navi, con un pacco di biscotti energetici da farsi bastare, disposti sul ponte. Nei centri di accoglienza, i migranti non ricevono 35 o 50 €, ma un pocket money di 2,50€ al giorno. Si sono verificati casi in cui il pocket money non sia mai giunto nelle mani degli ospiti del centro, per comportamenti negativi, quasi una sorta di punizione. Una cosa è certa: nelle mani dello Stato, non sono mai tornati; chi abbiano arricchito, non si sa.

Secondo i dati Anci, attualmente la popolazione immigrata è di 2,5 migranti per mille abitanti italiani. La stessa Anci, quest’estate, ha emanato una direttiva volta a distribuire i migranti in ogni comune in numero proporzionale a quello dei propri abitanti (e qui richiamo le cronache milazzesi di fine estate). A prescindere dall’evidente opinabilità del concetto di invasione, una cosa è vera: l’Italia non è sostenuta dall’Europa. Ma non tanto perché l’Europa non ne abbia voglia. La legittimazione del “menefreghismo europeo” risiede nientemeno che nel regolamento di Dublino III, il quale altro non fa che delegare l’accoglienza ai paesi d’ingresso. Questi, altri non sono che l’Italia e la Grecia, Stati che si trascinano per non soccombere. Sono numeri irrisori, è vero, quelli della popolazione immigrata. Ciò non toglie, però, che una redistribuzione sul territorio europeo alleggerirebbe paesi afflitti da piaghe come la disoccupazione, il debito pubblico, gli effetti dell’austerity, ecc… Ma l’Europa non ha intenzione di modificare un regolamento che non faccia sporcare le mani alla Francia e alla Germania: di conseguenza, la modifica della normativa finirà negli archivi del Parlamento di Bruxelles. Ci sono state diverse proposte: l’Europa vuole chiudere la frontiera europea; l’Italia regala soldi pubblici alla Libia per fermare le partenze senza assicurarsi che sul territorio libico, di cui tutti i migranti riportano testimonianze agghiaccianti, verranno rispettati i diritti umani (ma la Libia intasca i soldi senza mettere in prigione i trafficanti, i quali progettano nuove rotte -per esempio le Isole Eolie- continuando il loro “lavoro”); il Ministro dell’Interno Minniti, invece, ha elaborato un piano cosiddetto di «capacity building», volto cioè a contenere il flusso migratorio entro i confini libici, fornendo alla Libia strumenti e risorse per arginare l’immigrazione clandestina.

Questa vuole essere una semplice carrellata di spiegazioni del collasso di un sistema che di fatto è bombardato di nuove esigenze, preoccupazioni e bisogni da soddisfare. Ma una considerazione bisogna pur farla. Per il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, per il bambino siriano trovato morto sulle spiagge greche, i leader politici e tutta la popolazione civile europea hanno invaso i social con pensieri profondi. Ma nel vedere poi la realtà delle cose, le voci, i pensieri, prendono forma alcune celebri parole di Andrea Camilleri: è tuttu tiatru.




Come l’Italia accoglie

federicaAll’ingresso del porto, non si può fare a meno di vederla, posta in solitaria su una piccola altura arsa dal sole mediterraneo: la Porta d’Europa. L’opera di Mimmo Paladino è situata sulla costa meridionale della prima porzione di territorio europeo, Lampedusa. L’abitudine, al sentire il nome di quest’isola, fa scattare nella nostra mente alcune immagini, senza esitazioni. Barconi semi-sgonfi, navi di ONG, pelli scure, volti scavati. Il flusso di migrazioni dall’Africa all’Europa non è un fenomeno nuovo, esiste all’incirca dagli anni ’90; tuttavia non era così evidente, o quantomeno, non ha toccato in prima persona il recinto personale degli europei. Ma nel momento in cui gli sbarchi giornalieri con 300, 400, 500 e anche più vite umane a bordo di pescherecci precari (ultimamente sostituiti dai trafficanti con gommoni fatiscenti, una soluzione senz’altro più economica), ecco che allora l’europeo si è ridestato dal suo torpore: prima gli Italiani, poi a ruota tutti gli altri. E’ difficile dire se il brusco risveglio sia stato dovuto alla compassione, a uno slancio di empatia o alla paura, o forse un misto di tutte queste cose. Lasciamo stare però, almeno per il momento, le considerazioni sociologiche o morali e iniziamo in medias res: cosa succede quando un migrante, cosiddetto clandestino, mette piede in Italia?

Il sistema di accoglienza in Italia (in teoria)

Chiamo in mio soccorso questa mappa concettuale presa dal quotidiano “Il Post”, per procedere schematicamente. Innanzitutto, definiamo il coordinatore: l’intero procedimento è di competenza del Ministero dell’Interno, precisamente del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. L’accoglienza che viene garantita si suddivide in prima e seconda accoglienza. In linea generale, la prima accoglienza viene gestita dalle prefetture competenti per il territorio, la seconda accoglienza, invece, è di competenza degli enti locali. Ecco le fasi.

  1. Appena il migrante oltrepassa la frontiera e giunge sul nostro territorio, viene portato negli Hotspot, la struttura pensata per canalizzare gli arrivi e dove avviene l’identificazione e la fotosegnalazione. Dopo di che, chi fa richiesta per la protezione internazionale, tramite il modulo cosiddetto C3, viene trasferito negli Hub regionali (relocation).

  2. In base alle motivazioni che il migrante fornisce in merito al suo ingresso in Italia senza regolari documenti di espatrio, la prefettura rilascia un provvedimento che può essere di espulsione o di accoglimento della richiesta di protezione internazionale.

  3. Coloro che vengono respinti, sono trasferiti nel CIE, Centro di Identificazione ed Espulsione. Massimo entro 90 giorni dal trasferimento, si provvede alla convalida del trattenimento presso il CIE e all’espulsione, che deve avvenire entro 7 giorni dall’emissione del provvedimento.

  4. Per coloro che invece vengono accolti, il trasferimento avviene presso i CARA, Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo. Per sopperire alla mancanza di strutture dovute ad un numero troppo elevato di richiedenti asilo, sono stati istituiti i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, individuati dalle prefetture in convenzione con privati. Con i CARA, rimaniamo ancora nell’ambito dell’accoglienza immediata.

  5. Infine, gli SPRAR. L’acrostico sta per Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Costituisce la c.d. “seconda accoglienza” e non ha il carattere dell’immediata necessità (al contrario dei CARA e dei CAS): è, infatti, un percorso che mira all’integrazione del richiedente asilo e al suo inserimento della nuova comunità cittadina di cui fa parte. L’obiettivo dello SPRAR è quello di rendere autonomo il soggetto in un paese nuovo, con un sistema diverso rispetto a quello d’origine nei più svariati ambiti, come il lavoro, l’istruzione, ecc… Durante la permanenza presso queste strutture, la commissione territoriale competente – composta da quattro membri, di cui due del ministero degli Interni – valuta la domanda di protezione internazionale e decida se accettarla o meno. La particolarità degli SPRAR è che questi costituiscono una rete nazionale; sono gli enti locali ad aderirvi in maniera volontaria. L’adesione comporta l’installazione sul proprio territorio di strutture, dotate di operatori ad hoc, deputate al raggiungimento degli obiettivi appena descritti.

Questo è ciò che la legge italiana prevede. Ma si sa che la realtà, spesso, non è un prodotto conforme alle regole del gioco.




Studenti di tutta Europa, unitevi!

federica

Erasmo da Rotterdam, intellettuale umanista, ha ispirato il nome di uno dei regali più grandi dell’Unione Europea. Il 1987, infatti, è la data di nascita del Programma d’azione comunitario in materia di mobilità degli studenti, meglio noto come Programma Erasmus. Il progetto nasce con l’obiettivo di creare uno spazio comune europeo per l’istruzione: mettere in comune conoscenze e metodi d’apprendimento sia per assaporare meglio il contesto europeo ma soprattutto per ampliare la propria cultura, arricchendola di nuovi incontri. Un po’ come faceva Erasmo da Rotterdam, insomma, con la sua esperienza di girovago assetato di conoscenza e lungimirante nel vedere nell’Europa un bacino di confronto ad alto potenziale. Con la dichiarazione di Bologna del 1999, 23 ministri europei si impegnano a fornire una base legislativa per un modello di istruzione europea.

A tal proposito, Emanuela Gitto, milazzese di 20 anni, studentessa di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Bologna (campus di Forlì), ci racconta la sua esperienza. Il suo Erasmus si è svolto in un piccolo paese del Nord Europa, l’Estonia: con una popolazione di poco più di 1 milione di abitanti, entrata nell’Unione Europea il 1° maggio 2004, oltre alla capitale, Tallin, presenta Tartu, seconda città del paese di stampo universitario.

Nella partecipazione al bando Erasmus, è necessario essere seguiti da un tutor. La tua università di origine e quella ospitante come si sono comportate in tal senso?

Sin dall’inizio, partecipare al bando Erasmus non mi è risultato complicato, visto che il sistema online della mia Università di origine è molto chiaro. Per quanto riguarda, invece, la docente referente del progetto, non ho avuto un grande aiuto: questo mi fa pensare che per questi ruoli non ci siano dei precisi criteri di selezione e che, tra l’altro, il carico di lavoro sia eccessivo e difficile da gestire, soprattutto dal punto di vista burocratico. Per quanto riguarda la mia città ospitante, invece, sono stata seguita in modo molto più attento, anche dal punto di vista burocratico. Mi ha colpito la loro disponibilità per qualsiasi tipo di dubbio o esigenza (pensa che i tutor ci davano consigli anche sulla vita cittadina, non solo universitaria).

Se potessi fare un bilancio flash della tua esperienza?

La mia esperienza è stata molto positiva. Ho avuto la possibilità di rapportarmi con culture diverse, non solo europee. Tra l’altro, anche avvicinarmi alla cultura del posto è stato molto interessante: probabilmente la posizione geografica dell’Estonia non rende immediato prenderne in considerazione la cultura, quindi questa esperienza è stata l’occasione per conoscere questa realtà particolare.

Pensi che in qualche modo l’aver scelto questa meta piuttosto che una delle più gettonate (Spagna, Francia…) ti abbia permesso di vivere l’esperienza in modo più profondo?

Io sono dell’avviso che non è importante il posto dove tu vai. Puoi andare benissimo anche in una meta più gettonata, ma ciò che alla fine conta di più è come vivi la tua esperienza, l’obiettivo che ti poni, il tuo desiderio di conoscere e incontrare.

Stando alla tua esperienza, secondo te, gli italiani hanno la giusta sensibilità per rapportarsi ad una dimensione europea? Riescono a percepire la portata del progetto Erasmus?

In realtà non farei questo discorso sugli Italiani e basta. Penso che non si debba considerare se gli Italiani abbiano o meno la predisposizione o la sensibilità per certe esperienze. In generale, ritengo che una volta lì, sia inevitabile iniziare a rapportarsi con altre culture e, soprattutto, iniziare a pensare in un’ottica europea (cosa che possibilmente non risulta immediata finché ci si trova nel proprio paese d’origine). Quello che voglio dire è che tutti gli europei, potenzialmente, non hanno una “sensibilità europea” pari a quella di chi ha beneficiato all’atto pratico di proposte dell’Unione come questa.

Perché consiglieresti di partecipare al progetto Erasmus?

Consiglio di partecipare perché è l’opportunità più concreta che ci sia per toccare con mano cosa significa “Unione Europea”. In Erasmus, respiri Europa ogni giorno.

Stare così a contatto con una dimensione europea te ne fa apprezzare gli aspetti belli ma anche notare le criticità. Questa esperienza quant’è riuscita a influenzare la tua idea sull’Unione Europea?

Sicuramente esperienze come queste ti danno una notevole spinta idealistica. Ti verrebbe da dire: “Ridiamo vita al Manifesto di Ventotene!”. Metabolizzando giorno per giorno l’esperienza, però, devi fare i conti con la realtà: le circostanze sono cambiate perché i tempi sono cambiati, l’Europa oggi ha delle criticità da prendere in considerazione che non sono quelle dei tempi gloriosi di Spinelli, Rossi e Colorni o dei sei padri fondatori. Ma si mantiene sempre, anche dopo il ritorno dall’esperienza, una certa idea di vicinanza all’Unione Europea, dal momento che hai avuto la possibilità di respirarla.

La cosa più bella e la cosa più brutta della tua esperienza.

Faccio fatica a trovare la cosa più bella in assoluto o a trovare cose brutte! Ci provo. La più bella, o meglio, la più strana, è stato il clima: venendo dalla Sicilia, trovarmi là è stato come vivere in un freezer: un freddo incredibile! Quella che più mi ha disorientata, invece, è stata invece lasciare tutte le attività associazionistiche a cui sono legata in Italia… ma ho vissuto questi sei mesi come una pausa alternativa, e piacevole.

In Nord Europa si dice che il consumo di alcool sia superiore, serve soprattutto per combattere il freddo. Com’era il liquore che producono in Estonia?

Il Vana Tallin, dici? Ottimo!




Milazzo, l’università e i “fuori sede”

federicaL’articolo di Erika Bucca (l’Italia e Milazzo non è un paese per giovani) parla chiaro: la presenza giovanile a Milazzo è in calo. Riportiamo subito alcuni dati per avere contezza pratica del problema.

Negli ultimi 10 anni i residenti a Milazzo, nella fascia di età che va da 15 a 29 anni, sono diminuiti di oltre 1000 unità. Non solo: lo “spopolamento” in questa fascia è dovuto anche agli studenti universitari, che pur residenti a Milazzo, non vi abitano a causa dei loro studi fuori regione. Questo dato è confermato dalle statistiche de “La Repubblica”: secondo queste, infatti, circa il 50% dei diplomati si iscrive all’università e di questi, nelle isole, il 25% si immatricola in atenei fuori regione.

statistichePer gli studenti di Milazzo c’è anche da dire che l’università di Messina non aiuta: lo scarso appeal rileva come dato di fatto non indifferente. Questo darebbe ragione ad alcuni dati statistici: ancora una volta, “La Repubblica” propone una nuova statistica in cui l’Università di Messina si piazza al 12° posto (su 15) tra le università con un numero di iscritti tra i 20.000 e i 40.000. L’Università di Messina ha infatti 23.000 iscritti, con 3.000 immatricolati nell’anno accademico 2015/2016. Tre anni fa gli iscritti erano 26.000 e le immatricolazioni erano 3.500: in tre anni ha registrato un calo del 15%, in parte recuperato con il balzo in avanti del 12,7 conseguito con le iscrizioni dell’anno 2016/2017

(http://www.repubblica.it/scuola/2017/06/12/news/boom_degli_atenei-167944856/).

Nel sondaggio condotto da Antonio Cambria fra le classi quinte del Liceo Impallomeni, solo un terzo riferisce di volersi iscrivere all’Università di Messina, mentre le Università più ambite sono Milano e Torino. Sempre secondo il suddetto sondaggio, Medicina è la facoltà più gettonata (test di ammissione permettendo), seguita da ingegneria (preferita quasi esclusivamente dagli studenti del liceo scientifico) e giurisprudenza.

Non abbiamo i dati ufficiali dei milazzesi iscritti all’università, ma, se mantenessimo la stessa proporzione indicata dal sondaggio condotto da Antonio Cambria al Liceo, anche considerando appena 300 milazzesi iscritti l’anno, sarebbero 200 gli iscritti non a Messina. Se invece, più conservativamente, considerassimo solo 100 studenti fuori sede l’anno, per la durata media del corso di studi di 6 anni, significa altri 600 giovani tra i 15 e i 29 anni che di fatto non stanno a Milazzo, pur mantenendone la residenza.

Di questo “esodo”, lo spopolamento è solo una delle conseguenze, accanto ad un evidente impoverimento, un vero e proprio salasso economico. Infatti, per mantenere i ragazzi a studiare fuori sede, le famiglie devono sostenere circa 800 € di spese al mese, tra tasse universitarie, affitto, vitto, viaggi… Il che significa che circa mezzo milione di euro al mese lascia Milazzo, verso il centro e nord Italia per consentire la formazione dei nostri giovani.

Di fronte a questi dati, sorge spontanea la domanda: solo vizi dietro i ragazzi che scelgono di andare fuori?

Dalla mia personale esperienza, posso dire che la mia posizione è cambiato nel corso del tempo. Ho sempre avuto le idee chiare su ciò che volevo fare, e sempre dicevo di voler rimanere qui; quando mi si è prospettata davanti l’idea di uscire, la mia certezza è crollata e ho dovuto fare i conti con una serie di dubbi. Credo fortemente nell’impegno per migliorare il proprio territorio, ma non credo più nel fatto che per farlo devi restarci tutta la vita: talvolta una parentesi fuori casa può essere una scelta fruttuosa. Alla conclusione del mio primo anno da fuori sede a Bologna, posso dire che questa scelta, obiettivamente è stata davvero fruttuosa. Non ho la presunzione di dire che sia stata la decisione giusta o di considerarla l’unica scelta valida; ma la consiglio. Mi piaceva informarmi già da prima, avevo un pensiero politico anche prima. Ma vivere in un altro contesto mi ha permesso di assumere una certa consapevolezza su alcune cose. Innanzitutto, andare molto lontano mi ha dato l’onore ma soprattutto l’onere di essere indipendente: e questo, come si potrà ben immaginare, ti fa diventare grande in maniera, direi, brusca. Ma soprattutto, i “doni” più grandi di questa esperienza (non ancora terminata) sono sostanzialmente due. In prima battuta, mi sono resa conto di quanto la Sicilia sia isola: gattopardianamente, mi sento in dovere di ammettere che tante cose che in altre regioni d’Italia funzionano (i mezzi di trasporto urbani ed extra urbani, l’ottimizzazione delle risorse culturali, l’amministrazione comunale, ecc…), qui, ad oggi, sono un sogno, per certi versi un’utopia. Prendo le distanze dalla generalizzazione, sempre e comunque: le eccezioni ci sono e soprattutto, le colpe non sono solo dei siciliani, che le condividono anche con i “piani alti” del nostro paese. Il secondo dono, il più grande è stato l’accrescimento dell’amore per la mia terra, che ci si creda o meno. Capire com’è giusto che funzioni e confrontarlo con il funzionamento reale del sistema, ti dà la misura per cambiare le cose negative e per valorizzare quelle positive.

La lettura del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è stata per me il coronamento di quest’anno da fuori sede, così come “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini. Noi abbiamo una percezione ambigua del nostro territorio. Da un lato lo critichiamo; dall’altro siamo così orgogliosi da voler celare tutte le nostre imperfezioni davanti agli altri, per non ammettere le nostre debolezze, convincendoci di vivere in un posto che è, sì, onirico e paradisiaco, ma anche molto problematico.

Se lo si legge nell’ottica di riportare quanto imparato nel proprio paese d’origine, andare via per un po’ di tempo non giustifica la stigmatizzazione da “codardi” né merita tante insistenze. Per chi avesse studiato un po’ di storia, si ricorderà sicuramente di antichi Romani che lasciavano per un periodo Roma per andare in Grecia, ad Atene, la patria del pensiero libero e della democrazia… e questo, dovremmo ammettere, non è stato affatto un male. A coloro che vogliono andare fuori per studiare, non posso che confermare l’idea che il Nord (che fa parte della Repubblica Italiana, come la regione Sicilia) obiettivamente funziona meglio, la gestione delle Università la rende il fiore all’occhiello dell’Italia. Quando si concluderà la scelta dell’Università, alcuni si stabiliranno al Nord, altri torneranno al Sud. A mio avviso, questa circolazione di persone sul territorio italiano, questo continuo interscambio tra Nord e Sud, non può che far bene; l’obiettivo è migliorare l’Italia: il tempo del secessionismo è ampiamente finito.

Io amo Milazzo, la Sicilia: la culla che mi ha cresciuta e il posto dove in assoluto mi sento a casa, nonostante tutto. Ma gli occhi nuovi con cui vedo il mio luogo d’origine, le mie radici, li devo a questa esperienza fuori. Sono nuove le idee con cui partecipo alla vita della mia città, nonostante questa tendenza a voler considerare “forestieri” persone che trascorrono, per studio, alcuni anni fuori. Aggiungere altro, risulterebbe ridondante.




Da un piccolo libro può nascere una biblioteca

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Il libro è un mondo che aspetta di essere aperto”. E al Liceo Impallomeni di Milazzo, dov’è scritta questa frase, in realtà, ne è stato aperto più di uno. Completato il trasloco presso il plesso di Via Spoto, tra gli scatoloni sono stati tirati fuori alcuni volumi… più di 10.000 a dire il vero. Un lavoro di sistemazione lungo, complesso e assolutamente volontario da parte di docenti del polo liceale, le prof.sse Patrizia Itri e Cettina Cicero e il prof. Alessandro DI Bella e di alcuni ragazzi. I frutti si vedono già: l’Impallomeni vanta adesso una biblioteca che non ha nulla da invidiare ai licei delle grandi città. Ora un vastissimo sapere, eclettico, è pronto per essere gustato. Per iniziare, ecco una conversazione con Patrizia Itri, una delle “madrine” di questa biblioteca.

Qual è stato l’episodio saliente che ha portato ad attenzionare per la prima volta questa biblioteca?

La sofferenza di quando entravo nel precedente istituto e vedevo lo stato di quella che un tempo era stata sicuramente una biblioteca mentre l’anno scorso era diventata una sorta di deposito. Era difficile individuare i libri sopra tutto il materiale che era stato accatastato nel corso dei decenni. Quindi, approfittando del trasferimento di sede, nel momento in cui il 1° settembre mi sono trovata circondata di libri lasciati alla rinfusa, impolverati, danneggiati fortemente dall’umidità, mi sono armata di coraggio e mi sono presentata dalla preside come volontaria, in modo assolutamente gratuito.

Quali sono state le tempistiche di questo lavoro?

Ho iniziato a metà settembre e ho finito in concomitanza con le vacanze del 2 novembre. Ho capito che non sarebbero bastate le 18 ore destinate al mio servizio per sistemare quelli che si sono rivelati essere più di 10.000 volumi e allora, volontariamente ho trascorso a scuola 75 ore non pagate, un mio dono per l’Impallomeni, perché dietro ogni libro io vedo il volto dei miei ragazzi che esulta vedendo un libro che può rientrare nei suoi gusti e nei suoi interessi.

E’ stata aiutata?

Sì, ho collaborato nei primi tempi con il professore Alessandro Di Bella e, quotidianamente, con la prof.ssa Cettina Cicero, che mi aiuta nel minuzioso lavoro di catalogazione. E poi, non meno importante, i ragazzi mi hanno affiancata nel primo periodo di lavoro.

Dev’essere stato emozionante, nonostante tutto, vedere tutto questo messo in piedi.

Io stessa provo un’emozione fortissima, ancora adesso, nel raccontare quando ho trovato un libro di un autore o un critico letterario che avevo studiato all’università, o scoperto che nella scuola in cui ho lavorato per 10 anni c’è tutta la letteratura di Francesco De Santis, tutta l’edizione critica di Benedetto Croce, Momigliano, Russo, Binni, quei critici di cui, nel mio testo scolastico di quando studiavo al Liceo Maurolico di Messina, trovavo gli articoletti con la loro firma. Così come è stato molto emozionante scoprire tantissimi volumi di classici latini e greci nell’edizione antica delle Belles Lettres, con il testo in greco e latino e a fronte la traduzione in francese. Lo stesso per i libri datati 1926, 1925, 1932, donati alla scuola con una dedica da parte di colui che li aveva donati, spesso lo stesso autore. Altre volte era la scuola che li comprava. Sbalorditive sono anche le riviste famose, come il Ponte, La Nuova Antologia, Paideia… un mare magnum ancora in fase di catalogazione.

Chi è stato il curatore iniziale dell’archivio?

L’archivio è stato compilato con dedizione e perizia dal professore Cannistrà, che era un insegnante di storia e filosofia. La nostra biblioteca ha un numero incredibile di testi di storia e filosofia, e di tanti altri argomenti, discipline e ambiti, per non parlare della saggistica. Solo gli universali Laterza superano i 500 volumi, e mi sto limitando a questi. Abbiamo delle collane, per esempio quella dell’UTET, proveniente dall’Università di Pisa, Enciclopedie di tutti gli argomenti. Il professore Cannistrà e chi altri si occupavano della biblioteca non trascuravano alcuna disciplina. L’ambito scientifico è ricco quanto quello umanistico. Abbiamo enciclopedie della scienza e della tecnica, libri legati a biologia, zoologia, anatomia, antropologia, sociologia, scienza e finanze, politica e democrazia.

Che progetti avete in serbo sulla biblioteca?

I testi della biblioteca mi portano a sognare da qualche mese di aprire la biblioteca ai milazzesi perché, non mi risulta che a parte la biblioteca di Palazzo D’amico (poco fruibile, come tu mi dici), ci sia altro. Inoltre, un ragazzo che deve fare una tesi di laurea, non si rende conto che, probabilmente, le fonti a disposizione ce le ha proprio sotto casa. A volte si tende a cercare l’oro altrove, qui ce l’abbiamo sotto gli occhi e non lo vediamo. Inoltre, si parla tanto di alternanza scuola lavoro, ci si chiede dove fare gli stages. Ma io penso che un liceo Classico, debba proporre anche questo tipo di lavoro, specie di catalogazione; i ragazzi potrebbero lavorare attivamente dentro la biblioteca con una ditta esterna che possa dare una certificazione.

Attualmente le sembra che la biblioteca sia sfruttata?

Non sempre i ragazzi possono acquistare libri oltre a vocabolari e testi scolastici, la biblioteca può aiutarli. Per il resto, la vicinanza agli uffici di presidenza e vice presidenza crea dei problemi. A me sarebbe piaciuto creare una sala lettura di cui poter usufruire per esempio nelle ore buche per studiare o iniziare a leggere un libro. Siamo riusciti ad avere 4 ore settimanali, dal lunedì al giovedì, in cui i ragazzi possono usufruire del prestito. Al momento, in prestito, ci sono circa 50 titoli, tra cui classici italiani, latini e greci. Per il liceo Linguistico, abbiamo una ricchissima letteratura straniera. Vi è anche narrativa di vario genere offerta da un genitore, tra cui fantasy e saghe. Ci sono letture per tutti i gusti, per non parlare poi del patrimonio ricchissimo legato alla Sicilia, non solo mafia ma soprattutto bellezza e cultura.

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Direzione Università

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Ah, i 18 anni! Patente, libertà giuridica e… università (per chi desidera farla). La domanda è: come e dove?

Non è così semplice la scelta universitaria, sotto nessun punto di vista, probabilmente perché satura dell’ansia da “dopo-questa-si-lavora”. E’ l’ultima fase della nostra vita in cui potremo vantare spensieratezza, in cui potremo contare ancora sull’aiuto di mamma e papà. Ma tutto questo ha un prezzo: fare il liceo-bis, non avrebbe senso. Il livello così si alza e si deve effettuare una scelta che più incisivamente di quanto possiamo credere (a detta di coloro che hanno “già dato”), avrà una conseguenza sul nostro futuro. Ci sono due tasselli da incastrare: cosa studiamo e dove lo facciamo.

Al primo quesito la risposta può essere leggermente più semplice: si spera, infatti, che le inclinazioni della persona siano state già maturate negli anni liceali e che sia immediato scegliere la facoltà universitaria che più si confaccia a quello che siamo e che un giorno vorremo diventare. Chiaramente anche qui vanno considerate fattispecie ipotetiche del tipo: ma è redditizia questa cosa che vorrei fare? Quanta richiesta c’è in questo settore? I miei sono d’accordo? Ma in questa sede, non è su queste fattispecie che ci soffermeremo.

“Andarsene o restare?”: è questo il problema, per dirla shakespearianamente. Non giriamo attorno al problema: purtroppo, in Italia, gli atenei, sebbene propongano facoltà universitarie tipizzate (giurisprudenza, architettura, lettere…), non sono tutti uguali. Ogni università ha una sua tradizione peculiare, che la porta a concentrarsi di più su un determinato ambito; questo focus può essere importante per sviluppare la conoscenza del contesto in cui, potenzialmente (non è detto), si andrà poi a lavorare. Ma soprattutto, gli atenei italiani non offrono tutti lo stesso corollario culturale che punti a formare, oltre allo specialista, la persona. In un interessante articolo dell’Huffington Post (http://www.huffingtonpost.it/kristin-bigelow_de/se-amate-i-vostri-figli-mandateli-lontano-molto-lontano_b_12413416.html), viene sostenuta la tesi secondo la quale è meglio che i figli partano da soli, lontano. Per tre ragioni fondamentali:

  1. Impareranno a cavarsela da soli e torneranno più cresciuti, più adulti
  2. Conosceranno nuovi modi di fare e di vivere, e questo li arricchirà
  3. Capiranno che nessun posto è come casa

Ma è di un certo interesse anche un articolo del Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/26/ho-lasciato-caivano-per-fare-lingegnere-aerospaziale-a-londra-ma-il-vero-coraggio-ce-lha-chi-e-rimasto/3279894/), che può essere riassunto in modo emblematico ed esaustivo con una frase: “Il vero coraggio ce l’ha chi è rimasto”.

Cosa fare? Da queste due fonti (che si invita caldamente a consultare), potremmo rimanere sconcertati; questo aut-aut sembrerebbe non darci tregua: o siamo dei vigliacchi oppure dei paladini. Gli antichi, però, che avevano visto nel mondo una gamma più ampia di colori oltre al bianco e al nero, usavano dire: in medio stat virtus.

Caliamo tutto il discorso fatto nella fattispecie di Milazzo. Che si fa? Ce ne andiamo al Nord o restiamo al Sud? Entrambe le strade appaiono accattivanti: da un lato si va a studiare in un luogo dove senza dubbio la presenza dell’Università è avvertita come una sacra risorsa, alimentata da offerte culturali (proposte da chiunque, dagli studenti, dall’amministrazione, dall’Università stessa) che esulano dal mero contesto didattico formando la persona a 360° gradi; dall’altro si resta in un posto dove per un giovane sembrano non esserci prospettive o qualsivoglia tipologia di proposta, perché nessuno te la porgerà mai su un piatto d’argento, la devi cercare tu (e non è da omettere che questo potrebbe portare a un gradiente di soddisfazione personale più alto).

Chi può dire di non aver mai visto “L’Attimo fuggente”? Da questo celebre film, possiamo dedurre due risposte. “Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”: potremmo rispondere a coloro che non vogliono partire. “Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno! Osate cambiare, cercate nuove strade.”: questo invito invece può essere rivolto a chi parte perché si barrica dietro la scusante del qui-non-c’è-nulla.

Detto ciò, occorre segnalare una controindicazione: questo articolo non vuole fornire risposte pronte.