Lute di Milazzo: il ’68 raccontato dal Prof. Santi Fedele.

francesco damico

Riscoprire i valori di una delle più grandi battaglie di idee dell’Italia del dopoguerra. Questo l’obiettivo centrale delle celebrazioni per il cinquantenario del ’68: un periodo ricco di avvenimenti, occupazioni, manifestazioni di piazza che hanno segnato – per usare le parole del leader del Movimento Studentesco di allora, Mario Capanna – un avanzamento sul terreno dei diritti civili, politici e sociali a livello mondiale. Anche a Milazzo non mancano gli appuntamenti commemorativi. Alla LUTE (Libera Università della Terza Età, con sede all’Istituto Tecnico Industriale “E. Majorana”), infatti, è in corso un ciclo di incontri settimanali tenuti da studiosi, o comunque testimoni di quelle vicende storiche, rievocate con aneddoti coinvolgenti e appassionate indagini retrospettive. La settimana scorsa è stata la volta del Prof. Santi Fedele, storico dell’Università di Messina e presidente dell’Istituto di Studi Storici “Gaetano Salvemini”, che ha trattato il tema “I partiti politici e il ‘68”.

“Uno studioso – come lo ha introdotto il Prof. Bartolo Cannistrà – che si è occupato, nelle sue opere, dei fuoriusciti del fascismo, inteso tale fenomeno come controrivoluzione preventiva; della massoneria e del contributo da essa fornito al regime fascista; dei repubblicani, del socialismo e delle crisi dei regimi comunisti in Europa orientale tra il 1956 e il 1968”.

“Nel ’68 entro a far parte del Movimento Studentesco – racconta il professore Fedele -. Avevo diciotto anni e l’Italia di quel decennio era un Paese attraversato, già da dieci anni, da un profondo processo di modernizzazione sociale e politica, una prima vera e propria ‘rivoluzione industriale’. Infatti, cominciavano allora ad arrivare da noi prodotti di utilizzo di massa, che prima non c’erano. Si realizza, inoltre, sempre in quel periodo, una migrazione interna, da sud verso nord, e un massiccio spostamento dai paesi montani a quelli rivieraschi, cui consegue la formazione di un nuovo nucleo di proletariato industriale. Un’emergenza abitativa inizia a colpire le aree del centro-nord. Sono anni di profondo cambiamento economico e sociale: il mondo contadino comincia a sfumare, il blocco centrista entra in crisi dopo il fallimento del governo Tambroni, nella Democrazia Cristiana si fa strada l’idea di un’apertura a sinistra. Nel ’64 abbiamo il primo centro-sinistra organico, con la presenza dei socialisti in ruoli di governo. La riforma della scuola media unica è stata indubbiamente la maggiore conquista dell’esperienza governativa del centro-sinistra, che ha rappresentato una svolta epocale, la premessa fondamentale del ’68. La fine della scuola di classe e l’avvento dello sviluppo dei processi di scolarizzazione di massa fanno arrivare alle soglie dell’università la generazione che ha ‘fatto’ il ’68. Si comincia, perciò, con la richiesta di liberalizzazione dell’accesso universitario, come naturale conseguenza del passaggio dalla scuola d’élite alla scuola di massa: una fra le tante istanze di democratizzazione emerse nel Movimento Studentesco”.

“Il contesto internazionale è in fortissima evoluzione – prosegue il docente -, il mondo è radicalmente diviso in due dalla ‘cortina di ferro’. L’Unione Sovietica conosce delle incrinature notevoli: pensiamo, ad esempio, alla ‘Primavera di Praga’, evento che influenza le elezioni italiane del 19 maggio 1968. L’avanzata del PCI e del PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) non si comprende se non si tiene conto anche dell’entusiasmo suscitato dalla Primavera di Praga. Il mito del ‘socialismo dal volto umano’ segna un appannamento del mito sovietico. Anche l’occidente registra una crisi, dovuta alla guerra del Vietnam e al moto dell’opinione pubblica americana contraria all’intervento nel Paese asiatico. Il ‘1968’ scoppia quattro anni prima negli Usa, nel 1964, all’Università di Berkeley, in California, legandosi fortemente al movimento d’opposizione alla guerra in Vietnam. Proprio in virtù di tale opposizione, in Italia avviene una sorta di processo di pre-politicizzazione, maturato tra il ‘64 e il ’66, che costituisce la premessa giovanile sulla quale si innesta fortemente il ’68. E poi, c’era già stato il ’68 francese, con la sensazione e l’entusiasmo, che aveva suscitato, per una possibile rivoluzione della sinistra: un entusiasmo che, però, non si è concretizzato, per la mancanza di un ordine di insurrezione generale”.

Passando all’analisi della situazione partitica italiana di quegli anni, il Prof. Fedele ha spiegato: “I partiti italiani si trovano di fronte ad una forma nuova di rappresentanza delle rivendicazioni e delle proteste. Prima c’erano le associazioni collegate ai partiti o alla Chiesa, adesso anche nel mondo cattolico scoppiano le istanze progressiste, con le ACLI che danno origine al Movimento politico dei lavoratori, dissociato dalla DC; si consuma l’illusione dell’unificazione socialista, vi è ancora la spinta eversiva del PSIUP, erede della tradizione massimalista, che non condanna la repressione sovietica di Praga: una posizione alla base del suicidio politico di questo partito, che avrà un notevolissimo calo alle elezioni del 1972, non riuscendo a far scattare il quoziente in alcuna circoscrizione, pur avendo raggiunto l’1,9% dei voti e dunque superato la soglia per entrare in Parlamento. Tale formazione rimane, pertanto, fuori dallo spazio della rappresentanza. Tutti i partiti vengono percepiti sempre più come un apparato, espressione di una burocrazia (di partito, appunto) col solo compito di auto-riprodursi”.

Poi un cenno alla propria esperienza personale: “A Messina, fui tra i fondatori del Manifesto, l’unica sponda seria della rivoluzione culturale cinese in Italia, che riuniva il meglio dell’intellighenzia culturale di sinistra. La passione sconvolgente per il mito della rivoluzione culturale cinese è dovuta, in quel frangente, anche alla caccia al ‘surrogato’ che si scatena dopo l’inizio del declino dell’URSS. Si era pure affermato il mito di Cuba, soprattutto di Che Guevara, destinato a diventare la più importante icona politica del ‘900. La sinistra – aggiunge con una punta di ironia – ha avuto sempre bisogno di un mito di riferimento. Il c.d. ‘grande balzo in avanti’ cinese stava poi a dimostrare che in Cina era avvenuto un cambiamento reale, cioè un cambiamento che aveva riguardato anche la mentalità e la cultura, non soltanto le strutture, a differenza di quanto si era verificato con il comunismo sovietico. Chiaramente, a quei tempi non esisteva Internet e ciò che succedeva in Cina poteva essere narrato come si voleva”.

Per concludere con un ulteriore riferimento al quadro partitico interno: “Nell’estrema destra nascono formazioni ‘terziste’ sulla scorta del pensiero filosofico di Julius Evola; mentre nel PSI vi è una linea libertaria che guarda con simpatia verso il Movimento Studentesco. Il Partito Comunista, nello stesso tempo, accusa una serie di fermenti al proprio interno, ma nel corso della crisi che investe il socialismo italiano, esso riesce a capitalizzare al meglio l’onda lunga della protesta studentesca e operaia e i risultati da essa prodotti. Alcuni esponenti del Movimento (una minoranza, in realtà) aderiscono in seguito alle frange terroristiche; la maggior parte, invece, confluirà nella CGIL, ovvero nel PCI”.

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