De Andrè artista poliedrico, raccontato dalla Prof. Giorgianni alla LUTE

francesco damico

L’arte di Fabrizio De André esaminata nelle sue molteplici sfaccettature, ogni lunedì alla LUTE di Milazzo, nella sede dell’Istituto Tecnico Industriale “E. Majorana”. La lodevole iniziativa della Prof.ssa Graziella Giorgianni, responsabile di Legambiente Cultura e docente del corso dedicato al cantautore, ha avuto il merito di far conoscere a un ampio numero di persone molti aspetti della poetica e della vita di uno dei più raffinati interpreti della canzone d’autore italiana. Oggi, 18 febbraio 2018, il compianto De André avrebbe compiuto settantotto anni. A differenza della fiction andata in onda su Raiuno in due puntate, che ha messo in evidenza quasi soltanto l’aspetto più dissoluto e bohémien della sua personalità poliedrica, esasperando forse talune abitudini negative e mettendo in secondo piano il grande percorso di studi e ricerche che traspare dai suoi testi, le lezioni della Prof.ssa Giorgianni pongono invece l’accento sul De André uomo di cultura, fine intellettuale e amico e collaboratore di scrittori e musicisti di pregevole caratura.

I diseredati e le ipocrisie del mondo borghese, due temi inestricabilmente connessi al centro dell’universo ‘deandreiano’, raccontati, spesso, ai limiti del convenzionale (nell’Italia degli anni ’60); l’attenzione verso i tipi umani tenuti ai margini della vita sociale, vittime del modello di sviluppo consumistico e della globalizzazione allo stato nascente; una speciale attenzione al sottoproletariato, alle lingue popolari, ai dialetti, al “mondo in controluce”: alcune delle inquietudini più pervasive della coscienza di De André, che lo accomunano a un altro grande intellettuale di quel periodo, Pier Paolo Pasolini (cui è dedicata la bellissima “Una storia sbagliata”, scritta insieme a Massimo Bubola). “Una grande ‘pietas’ cristiana’ verso il mondo del popolo di strada, che soccombe dinanzi al conformismo e al moralismo imperanti, e reclama solidarietà, giustizia e senso di umanità” nota la Prof.ssa Giorgianni; ritenendo esemplificativi, a tal riguardo, i versi, di straordinaria potenza comunicativa, de “La città vecchia” e di “Quello che non ho”, da cui emerge una perfetta raffigurazione della società “benpensante, arricchita e indifferente verso chi soffre”.

Spiega l’insegnante: “Le vicende rappresentate nelle sue canzoni nascono spesso da episodi storici e sono frutto di grandi ricerche e grande cultura. ‘Fiume Sand Creek’, ad esempio, ballata in stile folk, narra del massacro di indiani Cheyenne avvenuto nel 1864 ad opera di una milizia statunitense comandata dal colonnello John Chivington. Il brano è un attacco alla civiltà del materialismo (la moneta d’argento in fondo al fiume, alla fine della canzone, sembra domandare: ‘a cosa è valso uccidere in nome del denaro?’), e mostra al contempo un grande senso di religiosità e di avvicinamento a Dio da parte dell’autore. Nel 1964 De André scrive ‘La guerra di Piero’, un manifesto contro la guerra nato dalla curiosità suscitata in lui dai numerosi aneddoti appresi dallo zio materno, ufficiale dell’esercito fatto prigioniero dopo l’8 settembre. Un notevole successo di pubblico nell’Italia del boom economico e una testimonianza del continuo percorso di ricerca letteraria di De André: in essa infatti troviamo tracce di Rimbaud, Calvino, Ungaretti”.

Poi c’è il rapporto intenso e sublime fra De André e il mare, altro elemento ricorrente nella sua produzione musicale. Come ricorda la docente: “Nel 1984 nasce l’LP di ‘Creuza de ma’, interamente cantato in un genovese ‘italianizzato’, lingua molto familiare all’autore, corrispondente ad una scelta poetica ben precisa: si parla di mare, del Mediterraneo, e il genovese per secoli ha rappresentato la lingua degli scambi commerciali, dunque anche culturali, di cui sono prova i numerosi lasciti lessicali presso gli altri popoli di navigatori. L’album viene accolto con ampio successo, diventando presto una delle opere più importanti scritte in lingua genovese. La musica etnica si adatta ai ritmi e ai temi della ‘mediterraneità’, con l’utilizzo di strumenti musicali tipici e di messaggi dei venditori di pesce di Genova, che De André aveva registrato; il testo parla del ritorno a terra dei pescatori dopo un lungo e faticoso periodo di lavoro, e della loro sosta presso una taverna nel porto genovese, nella quale si può mangiare di tutto e venire a contatto con persone provenienti da ogni parte del mondo. Risalta la durezza del lavoro in mare e l’importanza degli elementi naturali, che non sempre si rivelano amici dell’uomo. Abbiamo anche ‘Jamin-a’, una canzone molto sensuale e carica d’erotismo, il cui titolo è preso dal nome di una prostituta dalla pelle scura, che costituisce una sorta di ‘premio’ per i marinai al termine di una giornata di lavoro”.

Altro capolavoro analizzato, “Il pescatore”. Una delle ballate più famose ed emblematiche di De André, in cui si ritrova la tematica religiosa cristiana. Probabilmente i versi parlano proprio di un’eucaristia: il pescatore, infatti, sembra una metafora della Chiesa di Cristo; non a caso, a mio parere, De André ha scelto, fra le tante possibili, proprio la figura del pescatore, ossia ciò che era Simon Pietro e ciò che Gesù Cristo ha rimodellato di lui rendendolo “pescatore di uomini”. “L’ombra dell’ultimo sole” appare come una metafora della vita: si incontrano due personaggi, entrambi al ‘crepuscolo’ delle loro esistenze: un pescatore e un assassino. Quest’ultimo chiede da bere e da mangiare al pescatore, ma non solo: gli confessa il suo peccato inenarrabile, per cui si ritrova nella condizione di latitante. Il pescatore, riprendendosi dal torpore, “non si guardò neppure intorno/ ma versò il vino, spezzò il pane/ per chi diceva ho sete e ho fame”: egli, cioè, non si preoccupa delle cose di ‘questo’ mondo, se qualcuno li osserva, se vi sono dei gendarmi in giro; con molta naturalezza, somministra all’assassino il pane e il vino che gli aveva chiesto, inequivocabile metafora dell’eucaristia. Un’eucaristia in cui ad una persona che “ha sete e fame” non si dà semplicemente da riempirsi lo stomaco, ma quel ‘molto di più’ che è appunto l’eucaristia.

La prossima lezione della Prof.ssa Graziella Giorgianni alla LUTE si svolgerà domani, lunedì 19 febbraio alle 17:00, e verterà sull’opera di Fabrizio De André che più d’ogni altra testimonia il forte afflato religioso da cui era avvolto il suo eccelso animo di poeta: l’album del 1970 “La Buona Novella”.

de andreFoto di Nick Petrol

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