Si può costruire la bellezza?

P: Sai cosa penso?
S: Cosa?
P: Che questa pista in fondo non è brutta. Anzi
S: Ma che dici?!
P: Vista così, dall’alto … uno guardandosi intorno sale qua e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre … che è ancora più forte dell’uomo. Invece non è così… in fondo le cose, anche le peggiori, una volta fatte … poi trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere! Fanno ‘ste case schifose, con le finestre di alluminio, i balconcini … mi segui?
S: Ti sto seguendo
P:… Senza intonaco, i muri di mattoni vivi … la gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la biancheria appesa, la televisione … e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste … nessuno si ricorda più di com’era prima. Non ci vuole niente a distruggerla, la bellezza …
S: E allora?
P: E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte ‘ste fesserie … bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla. Capisci?
S: La bellezza…
P: Sì, la bellezza. È importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto.
S: Oh, ti sei innamorato anche tu, come tuo fratello?
P: Io la invidio questa normalità. Io non ci riuscirei ad essere così…

E’ vero: non ci vuole niente a distruggere la bellezza. Bastano giusto due cose: un paio di mani. Sono armi a doppio taglio: con le mani possiamo creare statue e costruire architetture bellissime; con le mani possiamo gettare un copertone che non ci serve più sulla spiaggia. Cos’è che ti porta a fare l’uno o l’altro?

A gettare un copertone sulla spiaggia, anzi, tanti copertoni, sanitari, materassi, flaconi, siringhe, fino a coprire l’intera spiaggia, ti può spingere: l’indifferenza verso quella spiaggia; la certezza che nessuno ti farà la multa; la serenità data dal fatto che qualcuno raccoglierà tutto; la convinzione che questo gesto, fatto da te, in realtà, che danno può fare?

A costruire una raffineria sul mare, un inceneritore, una centrale, ti possono spingere i profitti che vuoi guadagnare; la facilità di quell’idea, rispetto a quella che potrebbe comportare attivarsi per cercare alternative pulite; il pensare di non essere capaci di saper sfruttare altre potenzialità; la certezza che quel lavoro servirà comunque a qualcuno, quindi avrai su chi contare.

A non ripulire la riviera di Ponente incolta, può spingerti il fatto che ci sono priorità maggiori, in questo momento. Il bilancio chiama, per cui la pulizia la lasciamo al buon cuore dei cittadini, i quali, ben consci di quali siano i loro diritti e i loro doveri, sanno perfettamente che quello non è un compito che gli spetta.

A distruggere i parchi gioco per i bambini, può spingerti il fatto che distruggere qualcosa è un buon passatempo per un pomeriggio in cui non hai voglia di studiare o semplicemente di farti una passeggiata, perché se il Comune investe soldi in qualcosa, anche qualcosa che sia lo svago, lasciare curato o quantomeno in vita quel qualcosa sarebbe uno spreco di energie.

Mi piace pensare che la natura a volte faccia da paraurti alle nostre scelte, alle nostre azioni. Avere la fortuna di nascere in un posto bello non è da tutti ed è vero che il contesto in cui vivi un po’ ti plasma. Chissà, magari noi siamo stati plasmati in modo da adagiarci: perché questa città è troppo bella, però a me la sigaretta in spiaggia non va di conservarla e buttarla dopo, la voglio buttare subito, sulla spiaggia.

Non ci vuole niente a distruggere la bellezza, aveva ragione P. S e P: avete capito chi sono? Sono Salvo Vitale e l’amico Peppino Impastato. Avete visto “I cento passi”? Sfido chiunque a non essere rimasto ammaliato dal discorso sulla bellezza. Sembra un concetto filosofico, la bellezza; sfuggente, appannaggio, come dice Salvo all’amico, di chi è innamorato, che, un po’ abbagliato dai sentimenti, inizia a vedere la bellezza in tutto, nelle piccole cose. E’ un discorso politico quello di Peppino, un punto da programma elettorale: essere cultori di bellezza. Che non significa fare gli Oscar Wilde della situazione. Significa abituarmi a capire cos’è bello e cosa invece è brutto, perché è bene che in questo secondo caso, le cose vadano cambiate.

Allora forse prima di proporre il bike sharing, la raccolta differenziata, la ZTL, gli orti urbani, la street art (che sono tutti obiettivi nobili, in alcuni contesti ancora sconosciuti, in altri già pane quotidiano), forse a noi servirebbe un passaggio ulteriore, intermedio, per arrivare ad una conclusione in maniera più consapevole. Dovremmo prenderci del tempo, magari in un bel pomeriggio, verso l’ora del tramonto, e semplicemente percorrere da cima in fondo la città in cui viviamo in quel momento, rigorosamente a piedi perché così le cose si osservano, non si guardano e basta. Alla fine della passeggiata dovremmo domandarci: “Mi piace così? E’ bello?”. E perché no, potremmo fare lo stesso nei diversi luoghi che viviamo, anche da turisti: assorbire il brutto e il bello, prendere esempio in un senso o in un altro. Questo è educare alla bellezza.

Non limitarsi a vivere in luoghi, ma vivere i luoghi. Vivere i luoghi come casa propria, vivere il mondo come casa propria, come un dono da custodire. E questo non si può delegare, è un’azione che matura nel profondo, che parte da una volontà (quindi, un qualcosa di totalmente personale) che ci spinge a non vivere in una quieta indifferenza, ma che ci spinge ognuno ad essere cultori di qualsiasi luogo: quello che ci ha visti venire al mondo e muovere i primi passi, quello che ci ha visti crescere, quello che ci ha visto plasmare il nostro ruolo nel mondo. La cura raggiunge quegli obiettivi a cui l’inerzia non può arrivare: anche la città più bella, potrebbe non essere più tale, e viceversa una città che non ha un alto potenziale può diventare bella con quelle stesse mani che possono distruggere la bellezza.

Riappropriarci della conoscenza degli spazi urbani che viviamo è il punto di partenza; una passeggiata dal centro alla periferia può essere la risposta alla pronta domanda: “E io che ci posso fare?”.