Milazzo, l’università e i “fuori sede”

federicaL’articolo di Erika Bucca (l’Italia e Milazzo non è un paese per giovani) parla chiaro: la presenza giovanile a Milazzo è in calo. Riportiamo subito alcuni dati per avere contezza pratica del problema.

Negli ultimi 10 anni i residenti a Milazzo, nella fascia di età che va da 15 a 29 anni, sono diminuiti di oltre 1000 unità. Non solo: lo “spopolamento” in questa fascia è dovuto anche agli studenti universitari, che pur residenti a Milazzo, non vi abitano a causa dei loro studi fuori regione. Questo dato è confermato dalle statistiche de “La Repubblica”: secondo queste, infatti, circa il 50% dei diplomati si iscrive all’università e di questi, nelle isole, il 25% si immatricola in atenei fuori regione.

statistichePer gli studenti di Milazzo c’è anche da dire che l’università di Messina non aiuta: lo scarso appeal rileva come dato di fatto non indifferente. Questo darebbe ragione ad alcuni dati statistici: ancora una volta, “La Repubblica” propone una nuova statistica in cui l’Università di Messina si piazza al 12° posto (su 15) tra le università con un numero di iscritti tra i 20.000 e i 40.000. L’Università di Messina ha infatti 23.000 iscritti, con 3.000 immatricolati nell’anno accademico 2015/2016. Tre anni fa gli iscritti erano 26.000 e le immatricolazioni erano 3.500: in tre anni ha registrato un calo del 15%, in parte recuperato con il balzo in avanti del 12,7 conseguito con le iscrizioni dell’anno 2016/2017

(http://www.repubblica.it/scuola/2017/06/12/news/boom_degli_atenei-167944856/).

Nel sondaggio condotto da Antonio Cambria fra le classi quinte del Liceo Impallomeni, solo un terzo riferisce di volersi iscrivere all’Università di Messina, mentre le Università più ambite sono Milano e Torino. Sempre secondo il suddetto sondaggio, Medicina è la facoltà più gettonata (test di ammissione permettendo), seguita da ingegneria (preferita quasi esclusivamente dagli studenti del liceo scientifico) e giurisprudenza.

Non abbiamo i dati ufficiali dei milazzesi iscritti all’università, ma, se mantenessimo la stessa proporzione indicata dal sondaggio condotto da Antonio Cambria al Liceo, anche considerando appena 300 milazzesi iscritti l’anno, sarebbero 200 gli iscritti non a Messina. Se invece, più conservativamente, considerassimo solo 100 studenti fuori sede l’anno, per la durata media del corso di studi di 6 anni, significa altri 600 giovani tra i 15 e i 29 anni che di fatto non stanno a Milazzo, pur mantenendone la residenza.

Di questo “esodo”, lo spopolamento è solo una delle conseguenze, accanto ad un evidente impoverimento, un vero e proprio salasso economico. Infatti, per mantenere i ragazzi a studiare fuori sede, le famiglie devono sostenere circa 800 € di spese al mese, tra tasse universitarie, affitto, vitto, viaggi… Il che significa che circa mezzo milione di euro al mese lascia Milazzo, verso il centro e nord Italia per consentire la formazione dei nostri giovani.

Di fronte a questi dati, sorge spontanea la domanda: solo vizi dietro i ragazzi che scelgono di andare fuori?

Dalla mia personale esperienza, posso dire che la mia posizione è cambiato nel corso del tempo. Ho sempre avuto le idee chiare su ciò che volevo fare, e sempre dicevo di voler rimanere qui; quando mi si è prospettata davanti l’idea di uscire, la mia certezza è crollata e ho dovuto fare i conti con una serie di dubbi. Credo fortemente nell’impegno per migliorare il proprio territorio, ma non credo più nel fatto che per farlo devi restarci tutta la vita: talvolta una parentesi fuori casa può essere una scelta fruttuosa. Alla conclusione del mio primo anno da fuori sede a Bologna, posso dire che questa scelta, obiettivamente è stata davvero fruttuosa. Non ho la presunzione di dire che sia stata la decisione giusta o di considerarla l’unica scelta valida; ma la consiglio. Mi piaceva informarmi già da prima, avevo un pensiero politico anche prima. Ma vivere in un altro contesto mi ha permesso di assumere una certa consapevolezza su alcune cose. Innanzitutto, andare molto lontano mi ha dato l’onore ma soprattutto l’onere di essere indipendente: e questo, come si potrà ben immaginare, ti fa diventare grande in maniera, direi, brusca. Ma soprattutto, i “doni” più grandi di questa esperienza (non ancora terminata) sono sostanzialmente due. In prima battuta, mi sono resa conto di quanto la Sicilia sia isola: gattopardianamente, mi sento in dovere di ammettere che tante cose che in altre regioni d’Italia funzionano (i mezzi di trasporto urbani ed extra urbani, l’ottimizzazione delle risorse culturali, l’amministrazione comunale, ecc…), qui, ad oggi, sono un sogno, per certi versi un’utopia. Prendo le distanze dalla generalizzazione, sempre e comunque: le eccezioni ci sono e soprattutto, le colpe non sono solo dei siciliani, che le condividono anche con i “piani alti” del nostro paese. Il secondo dono, il più grande è stato l’accrescimento dell’amore per la mia terra, che ci si creda o meno. Capire com’è giusto che funzioni e confrontarlo con il funzionamento reale del sistema, ti dà la misura per cambiare le cose negative e per valorizzare quelle positive.

La lettura del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è stata per me il coronamento di quest’anno da fuori sede, così come “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini. Noi abbiamo una percezione ambigua del nostro territorio. Da un lato lo critichiamo; dall’altro siamo così orgogliosi da voler celare tutte le nostre imperfezioni davanti agli altri, per non ammettere le nostre debolezze, convincendoci di vivere in un posto che è, sì, onirico e paradisiaco, ma anche molto problematico.

Se lo si legge nell’ottica di riportare quanto imparato nel proprio paese d’origine, andare via per un po’ di tempo non giustifica la stigmatizzazione da “codardi” né merita tante insistenze. Per chi avesse studiato un po’ di storia, si ricorderà sicuramente di antichi Romani che lasciavano per un periodo Roma per andare in Grecia, ad Atene, la patria del pensiero libero e della democrazia… e questo, dovremmo ammettere, non è stato affatto un male. A coloro che vogliono andare fuori per studiare, non posso che confermare l’idea che il Nord (che fa parte della Repubblica Italiana, come la regione Sicilia) obiettivamente funziona meglio, la gestione delle Università la rende il fiore all’occhiello dell’Italia. Quando si concluderà la scelta dell’Università, alcuni si stabiliranno al Nord, altri torneranno al Sud. A mio avviso, questa circolazione di persone sul territorio italiano, questo continuo interscambio tra Nord e Sud, non può che far bene; l’obiettivo è migliorare l’Italia: il tempo del secessionismo è ampiamente finito.

Io amo Milazzo, la Sicilia: la culla che mi ha cresciuta e il posto dove in assoluto mi sento a casa, nonostante tutto. Ma gli occhi nuovi con cui vedo il mio luogo d’origine, le mie radici, li devo a questa esperienza fuori. Sono nuove le idee con cui partecipo alla vita della mia città, nonostante questa tendenza a voler considerare “forestieri” persone che trascorrono, per studio, alcuni anni fuori. Aggiungere altro, risulterebbe ridondante.

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