L’altro volto dell’accoglienza

federicaEntrando nell’isola di Lampedusa, vieni catapultato nel tipico ambiente isolano, che noi milazzesi conosciamo bene, vista la familiarità con le Eolie. Il pescatore sistema sui banchi il modesto prodotto della sua attività, che gli permette di vivere; le Mehari circolano in strada silenziose, il mare è puntinato dagli unici due aliscafi che collegano ogni giorno Lampedusa con Agrigento e dalle barchette di pescatori che rientrano. La vita dell’isola non sembra lasciar trapelare affatto un ingente pericolo che si prospetta all’orizzonte: l’invasione degli Africani.

La maggior fonte d’ansia in questo momento sembrano essere proprio loro, i “negri”, i “clandestini”, “quelli che vengono a rubare le nostre donne e a stuprarle”, “quelli che prendono 35/50 euro al giorno”, “quelli che hanno lo smartphone regalato dallo Stato”. Quest’accozzaglia di stereotipi e voci da paese colora le cronache e talvolta persino le chiacchiere scambiate con gli amici attorno a un caffé, ma soprattutto svela due mali sostanziali: la totale disconoscenza del sistema di accoglienza italiano ed europeo e i difetti degli stessi.

Un difetto evidente del Parlamento Italiano (per non andare oltre) è che la legge è roba da specialisti. La consultazione dei testi legislativi e dei regolamenti esecutivi rimane appannaggio dei giuristi; le direttive europee, poi, sono cose dell’altro mondo. La ridondanza del linguaggio giuridico, tutt’altro che semplice, inibisce spesso e volentieri la gente a studiare la realtà partendo da come questa dovrebbe essere (ciò dalle regole), per poi valutare in piena coscienza critica se ci sia un’effettiva congruenza con la realtà. Quando questo passaggio manca, allora si interpreta la realtà “a sentimento”, ed è da qui che nascono gli stereotipi e il malcontento. Il tutto non è certo facilitato dagli alti gradi dei partiti, i quali cavalcano l’onda del disordine, dovuto alle falle del sistema, e fanno il contrario di ciò che dovrebbero fare: far credere che il disordine sia la regola piuttosto che la conseguenza di un flop.

Ora, il sistema di accoglienza italiano è in stato di disordine totale. Ciò che è spiegato nell’articolo precedente (http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/come-litalia-accoglie/) purtroppo è l’utopia. Il sistema reale è intasato. L’incremento drastico degli sbarchi ha portato al verificarsi di una serie di situazioni:

  1. gli hotspots sono andati a contenere anche fino al doppio dei possibili ospiti, evolvendosi da luoghi di passaggio a luoghi di permanenza (alcune testimonianze riportano anche fino a 3 mesi di stasi);

  2. i CARA, Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, che dovevano essere luoghi di passaggio (siamo infatti sempre nell’ambito della prima accoglienza) per coloro i quali avevano vista accolta la loro richiesta di protezione internazionale, sono diventati tappa fissa, inducendo all’istituzione dei CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, che di straordinario, così, non hanno più nulla visto che sono entrati nella normalità.

  3. L’assistenza legale per i migranti è assolutamente lacunosa.

Quest’ultimo punto merita un approfondimento. L’assistenza giuridica prestata alle persone che arrivano, non è affatto un dettaglio: comprendere la propria posizione legale fa la differenza tra l’accoglienza e il respingimento.

Difatti, per quanto se ne dica, i migranti che presentano domanda per la protezione internazionale, non sono affatto in posizione irregolare. Vige, infatti, la regola per cui un soggetto straniero irregolare che sia coinvolto in un procedimento pendente in Italia, regolarizza automaticamente la sua posizione; tradotto: nel momento in cui il migrante compila e firma il modulo per la protezione internazionale (e si avvia quindi il relativo procedimento), la sua posizione in Italia è regolare, non è più clandestino. Il problema è che è bene che il migrante arrivi “già imparato” dal suo paese di provenienza. Nell’hotspot di Lampedusa, la prassi, infatti, è quella di informare i migranti della loro posizione giuridica in lingua italiana, senza dargli il tempo di riprendersi dopo giorni trascorsi in mare (e, perché no, dopo aver visto alcuni dei propri compagni di traversata morire, o dopo aver visto il proprio mezzo di trasporto affondare) e non appena mettono piede dentro le mura dell’hotspot. Sì, mura: l’hotspot di Lampedusa è una fortezza collocata nel cuore dell’isola, circondata dal nulla e collocata in una conca; è circondata da doppie mura sormontate da filo spinato e sorvegliate da militari. Forse neanche all’Ucciardone di Palermo la sorveglianza è così efficiente. A questo sommiamo che dall’hotspot i migranti non possono né entrare né uscire, come fossero prigionieri in senso stretto. Ciò nonostante, nella parte posteriore delle mura gli ospiti hanno ricavato un’apertura da cui uscire. Tutti lo sanno; ma di aprire le uscite principali per dare un taglio a questa pantomima, nemmeno per sogno. Ma tornando al discorso, è in questa situazione (che talvolta può verificarsi anche nel cuore della notte) che viene data lettura della normativa pertinente e si somministra ai migranti una sorta di quiz a crocette. Il quesito è perché sono venuti in Italia; le risposte possibili possono essere il lavoro, la guerra, ecc… In base a queste risposte, che trovano a monte un’informazione sommaria dei diritti dei nuovi arrivati, viene distinto chi è richiedente asilo, chi è rifugiato, chi è migrante economico; e, di conseguenza, se puoi essere accolto o meno.

IMG_4015Ormai l’hotspot di Lampedusa è sempre meno luogo di passaggio. Le navi delle ONG, infatti, effettuano il primo soccorso direttamente alla frontiera, lungo la quale sono disposte; dopo, attraccano direttamente nei grandi porti, Palermo, Catania, Messina, Agrigento (ma non solo). Quando l’attracco avviene qui, l’assistenza legale viene fornita direttamente nelle questure. Le procedure durano anche giorni, durante i quali i migranti vivono sulle navi, con un pacco di biscotti energetici da farsi bastare, disposti sul ponte. Nei centri di accoglienza, i migranti non ricevono 35 o 50 €, ma un pocket money di 2,50€ al giorno. Si sono verificati casi in cui il pocket money non sia mai giunto nelle mani degli ospiti del centro, per comportamenti negativi, quasi una sorta di punizione. Una cosa è certa: nelle mani dello Stato, non sono mai tornati; chi abbiano arricchito, non si sa.

Secondo i dati Anci, attualmente la popolazione immigrata è di 2,5 migranti per mille abitanti italiani. La stessa Anci, quest’estate, ha emanato una direttiva volta a distribuire i migranti in ogni comune in numero proporzionale a quello dei propri abitanti (e qui richiamo le cronache milazzesi di fine estate). A prescindere dall’evidente opinabilità del concetto di invasione, una cosa è vera: l’Italia non è sostenuta dall’Europa. Ma non tanto perché l’Europa non ne abbia voglia. La legittimazione del “menefreghismo europeo” risiede nientemeno che nel regolamento di Dublino III, il quale altro non fa che delegare l’accoglienza ai paesi d’ingresso. Questi, altri non sono che l’Italia e la Grecia, Stati che si trascinano per non soccombere. Sono numeri irrisori, è vero, quelli della popolazione immigrata. Ciò non toglie, però, che una redistribuzione sul territorio europeo alleggerirebbe paesi afflitti da piaghe come la disoccupazione, il debito pubblico, gli effetti dell’austerity, ecc… Ma l’Europa non ha intenzione di modificare un regolamento che non faccia sporcare le mani alla Francia e alla Germania: di conseguenza, la modifica della normativa finirà negli archivi del Parlamento di Bruxelles. Ci sono state diverse proposte: l’Europa vuole chiudere la frontiera europea; l’Italia regala soldi pubblici alla Libia per fermare le partenze senza assicurarsi che sul territorio libico, di cui tutti i migranti riportano testimonianze agghiaccianti, verranno rispettati i diritti umani (ma la Libia intasca i soldi senza mettere in prigione i trafficanti, i quali progettano nuove rotte -per esempio le Isole Eolie- continuando il loro “lavoro”); il Ministro dell’Interno Minniti, invece, ha elaborato un piano cosiddetto di «capacity building», volto cioè a contenere il flusso migratorio entro i confini libici, fornendo alla Libia strumenti e risorse per arginare l’immigrazione clandestina.

Questa vuole essere una semplice carrellata di spiegazioni del collasso di un sistema che di fatto è bombardato di nuove esigenze, preoccupazioni e bisogni da soddisfare. Ma una considerazione bisogna pur farla. Per il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, per il bambino siriano trovato morto sulle spiagge greche, i leader politici e tutta la popolazione civile europea hanno invaso i social con pensieri profondi. Ma nel vedere poi la realtà delle cose, le voci, i pensieri, prendono forma alcune celebri parole di Andrea Camilleri: è tuttu tiatru.

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