La dimensione familiare dello SPRAR

federicaA conclusione della piccola inchiesta sull’ immigrazione (http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/come-litalia-accoglie/ e http://www.lacittadimilazzoblog.it/blogger/federica_gitto/laltro-volto-dellaccoglienza/ ), occorre riportare lo sguardo sul nostro territorio. Il territorio di Milazzo e il suo comprensorio sono da tempo luoghi dell’accoglienza, e la presenza degli SPRAR ne è la conferma. Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (più comunemente SPRAR) è una struttura di seconda accoglienza, finalizzata all’inserimento dei ragazzi nel nuovo contesto, nella nuova società. Ho incontrato Doriana Siracusa, che coordina i due gruppi di operatori (Milazzo e Pace del Mela) della Cooperativa Utopia, ente affidatario della gestione.  

 

Come nasce uno SPRAR?

Lo SPRAR ha una doppia anima: il Comune e l’Ente gestore. Innanzitutto, parliamo di una rete, appunto la rete degli SPRAR. La nostra non è un’iniziativa autonoma, tanto che abbiamo dei doveri di rendicontazione annuale ben precisi. Dobbiamo motivare qualsiasi tipo di decisione sia inerente alla gestione della struttura in se’ che, soprattutto, in merito alle scelte sul percorso di integrazione dei ragazzi. Il comune decide di aderire alla rete SPRAR nazionale e poi ne affida la gestione ad un ente, non potendosi spendere in prima persona in tal senso. La cooperativa “Utopia” è l’ente gestore degli SPRAR di Milazzo e Pace del Mela.

Chi sono gli ospiti dello SPRAR?

A Pace del Mela abbiamo solo minori. A Milazzo, invece, abbiamo più strutture, quindi ci sono sia minorenni che maggiorenni. Questo comporta dei vantaggi, perché è possibile dare una prosecuzione al percorso d’integrazione sempre sullo stesso territorio. A Pace del Mela, invece, i ragazzi devono necessariamente cambiare ambiente al compimento dei 18 anni, ma reinserirsi in nuovo contesto può comportare delle difficoltà.

Con quale criterio i ragazzi vengono assegnati ad uno SPRAR?

Non c’è un criterio di merito o personale, si va in ordine di arrivo. Inoltre ormai lo SPRAR accoglie anche i non richiedenti asilo. Purtroppo i ragazzi sono tanti e i posti negli SPRAR pochi, quindi spesso si fa ricorso alle strutture prefettizie (i CAS, i CARA, ecc…), che in teoria sarebbero destinate alla prima accoglienza.

Come si trascorre la giornata in uno SPRAR?

Qui noi organizziamo attività che implichino l’integrazione sul territorio. Innanzitutto i ragazzi frequentano le lezioni pomeridiane alla scuola media “G. Garibaldi” di Milazzo, insieme ad altri stranieri. Ma cerchiamo di dare spazio anche a delle attività più pratiche, come la cucina e lo sport.

Perché proprio la cucina?

Diciamo che i laboratori di cucina che teniamo qui nascono anche da un’esigenza pratica. In particolare, qui a Pace del Mela, trattandosi di minori, abbiamo avuto problemi con l’ottenimento di borse lavoro e di occasioni di tirocinio. Quindi abbiamo pensato ad un’attività che fosse utile e spendibile in maniera immediata nel mondo del lavoro, e il settore della ristorazione ci è parsa la risposta migliore. Il primo laboratorio di cucina è stato realizzato nel 2016, con due incontri settimanali. L’impegno prosegue tuttora ed è anche un’occasione per avvicinare i ragazzi ad una sfaccettatura della cultura italiana, qual è appunto la cucina.

E per quanto riguarda lo sport, invece?

Per noi lo sport ha un valore molto importante. Abbiamo visto realizzarsi incontri sportivi che per noi sono stati dei veri esempi di integrazione. Lo sport più praticato è sicuramente il calcio. A tal proposito ci tengo a citare il Progetto “Rete!”, promosso dalla FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) nel 2005, con lo scopo di realizzare l’integrazione proprio avvalendosi di questo sport. Gli SPRAR di Milazzo e Pace del Mela hanno affrontato tre fasi. Nella prima, quella territoriale, i tre SPRAR (Milazzo, minori e maggiorenni e Pace del Mela) si sono sfidati tra di loro; hanno poi affrontato la fase interregionale e quella nazionale, per poi classificarci al secondo posto. Oltre ad essere stata una grande soddisfazione, è stato davvero un momento fantastico, emozionante. Tra l’altro uno dei nostri ragazzi, Abubacarr Konta, è stato coinvolto nel messaggio promozionale della campagna #Equalgame promossa dalla UEFA. (link articolo)

Pensi sia effettivamente riuscita l’integrazione dei ragazzi sul territorio?

Penso proprio di sì. A Pace del Mela è stato sicuramente più semplice. Il contesto è molto più ristretto, si è creato un clima davvero familiare. Ha avuto un ruolo in tutto questo anche la posizione della struttura, che a Pace è collocata in un residence, quindi perfettamente compenetrata nella vita dei residenti. A Milazzo è più complesso. La città è molto più grande e lo SPRAR (quello per i minori, almeno) si trova al Capo, quindi indiscutibilmente fuori dal centro.

Come riuscite a mantenere gli SPRAR?

Con i fondi europei. Il Ministero dell’Interno li trattiene in prima battuta per poi devolverli all’ente locale. Dopodiché l’ente locale provvede a determinare la quota da assegnare alla cooperativa che gestisce la struttura, dopo aver vagliato il bilancio comunale. Spesso si verificano dei forti ritardi, quindi non è raro che la cooperativa debba anticipare dei soldi per coprire le spese. Ma la cosa che mi tocca è che nonostante la tendenziale precarietà, tutti gli operatori che lavorano qui dentro partecipano con vigore, con una motivazione che va davvero al di là dello stipendio.

Che tipologie di figure professionali lavorano qui?

Io sono una psicoterapeuta e coordino i due gruppi, di Pace e di Milazzo. Fondamentalmente lavorano educatori sociali, ai quali va tutto il merito per come sono riusciti a introdurre i ragazzi nel nuovo contesto sociale che li ha accolti. Sono dei ragazzi volenterosi, coscienziosi, rispettosi. Il lavoro che spetta a tutti noi non è semplice. Dobbiamo prestare molta attenzione sia al percorso che alla crescita comportamentale del ragazzo, la nostra sfida è fare in modo che ognuno di loro si riesca a realizzare al meglio. In tal senso, se secondo noi sussistono le motivazioni, possiamo richiedere anche delle proroghe alla permanenza oltre i 18 anni (se ad esempio il ragazzo si è integrato particolarmente, addirittura radicandosi, trasferirlo sarebbe un danno per lui). Ma in ogni caso, sia che si tratti di mobilità che di permanenza, dobbiamo motivare tutto, dobbiamo spiegare qual è la ragione delle nostre scelte e il collegamento con il progetto educativo di ognuno.

Qual è la causa per eccellenza che uno SPRAR sposa?

Creare rapporti. Noi diventiamo per il ragazzo un punto di riferimento. Molti di loro hanno perso parenti, amici; noi vogliamo dimostrare la nostra presenza nelle loro vite. Ma lo scopo di uno SPRAR è anche quello di insegnare ai ragazzi a sapersi gestire da soli. Non c’è dubbio che, per realizzare tutto questo, una famiglia sarebbe migliore. In effetti la linea preferenziale sarebbe l’affido familiare, piuttosto che il collocamento in una struttura di accoglienza o, addirittura, in una struttura prefettizia. Ma questo creerebbe difficoltà di un certo tipo, ad esempio cercare famiglie disponibili a svolgere il ruolo di affidatarie, redigere le liste ecc… E questo è reso ancora più complicato dal sensibile pregiudizio che permane tra la gente. Quindi noi ci proponiamo di essere quella che io definisco una “famiglia vicaria”.

Secondo te, perché si sono sviluppate posizioni contrarie alla cosiddetta “sprarizzazione”? Alcune posizioni definiscono gli SPRAR come ghetti.

Semplicemente per una ragione: ignoranza. Troppo spesso, chi fa polemica non conosce il progetto SPRAR, né le nostre attività, né la nostra realtà in generale. Mi sono capitati non pochi episodi in cui ho potuto toccare con mano quanto la gente sia capace di ancorarsi ai pregiudizi. E’ triste, davvero triste. Ma noi continuiamo a credere nelle potenzialità di questo progetto, che realizza bene il fine di integrazione che si è preposto. D’altro canto, se noi ci trovassimo catapultati in un mondo nuovo, non ci piacerebbe avere un punto di riferimento?

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