Cosa Nostra: la sottile differenza tra parlarne e conoscerla

Si dice che per combattere la mafia sia necessario partire dalla cultura. Ma vedere “I cento passi” è sufficiente? Partecipare ai cortei è sufficiente? Cosa si intende davvero per “combattere Cosa Nostra con la conoscenza”? In un piccolo appartamento di Via di Villa Sperlinga, nel cuore di Palermo, lungo via della Libertà, il comitato “Why not? – Giovani Proposte” si è posto queste domande. La fonte? Un uomo tutto sui generis, Umberto Santino, responsabile del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”. In questo locale, che forse sembra piccolo proprio per la quantità immensa di libri, quotidiani, fascicoli d’inchiesta che contiene e che lo riempiono, Santino, insieme a sua moglie Anna Puglisi, hanno scelto di combattere con la mafia conoscendo, davvero, il fenomeno e divulgando quanto sanno.

Il lavoro del Csd ormai procede da circa 40 anni. Il centro nasce prima della morte di Peppino, che ne diventerà poi il dedicatario. Ed è proprio dalla figura di Peppino che si sviluppa il nostro discorso. Il caso del giovane di Cinisi è un unicum nella storia di Cosa Nostra e soprattutto delle sue vittime: si tratta di un militante antimafia cresciuto in una famiglia mafiosa. Non straordinaria, invece, è la vicenda giudiziaria post-mortem: avviata per scelta della madre Felicia Bartolotta (che rifiuta la vendetta che le spettava di diritto secondo il protocollo di Cosa Nostra), è un classico caso di rallenty del sistema processuale italiano. Ci sono voluti 20 anni prima di ottenere giustizia, abbattere la tesi del “terrorista suicida” e vedere Tano Badalamenti condannato all’ergastolo e Vito Palazzolo a 30 anni di carcere. Lo Stato stesso ammetterà un’ambiguità di comportamento da parte della magistratura nella prima fase di indagine.

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Dopo la morte di Impastato, ci dice Umberto Santino, la sua figura è diventata un’icona per i giovani, quasi una leggenda, e questo in particolar modo grazie al celebre film del regista Marco Tullio Giordana. Il sociologo della mafia, non lo boccia totalmente, ma neanche lo promuove a pieni voti. La visione del film, ci dice, ha una sua efficacia solo se inserito in un programma molto più ampio, inserito nei programmi curriculari delle scuole (con cui, tra l’altro, il centro opera dagli anni ‘80). La campagna d’informazione sul fenomeno mafioso deve partire dai Fasci Siciliani e dal ruolo giocato dalle lotte contadine per scardinare il sistema feudale che ha caratterizzato la Sicilia non fino a troppo tempo fa.

Come Peppino, sono state rese leggende anche altri personaggi, come Falcone, Borsellino, uomini dello Stato che hanno fatto il loro dovere. E’ opinione comune dire che dopo di loro c’è stata la rivoluzione: in realtà, ci dice Umberto Santino, nel ’92 e nel ’93 ci sono state grandi manifestazioni, è vero, ma dopo nulla è rimasto di strutturato. Inoltre, erano già stati proprio quei contadini sopra citati a pronunciarsi contro l’operato di Cosa Nostra sulle terre.

Se l’antimafia non diventa parte della democrazia non ci può essere continuatività, ci dice Santino. E chi lavora in maniera continuativa nell’antimafia ormai appartiene a una categoria dai numeri ridotti; ma forse ciò è da attribuire al fatto che questo “mestiere” non può avere, almeno al momento, speranza di retribuzione. Proprio Santino e la moglie Anna Puglisi, si erano rivolti tempo fa alla Regione per ottenere una legge che potesse fissare criteri per l’attribuzione di fondi, chiaramente solo dopo l’iscrizione a un albo ufficiale che li avrebbe resi soggetti a ispezioni: la risposta è precipitata nel nulla e l’unica alternativa sarebbe accettare dei finanziamenti basati su rapporti fiduciari. Ma loro hanno rifiutato questa strada, così come anche quella che porta a mitizzare tutti coloro che prendono la lotta alla mafia come un dovere morale e civico: questo li ha resi (e li rende ad oggi) poco conosciuti. L’unica attività di promozione del centro studi è la pubblicazione dei libri e la gestione dei social e di un sito internet.

Da Santino, anche una critica sul presente: mitizzare Nino Di Matteo e la sua attività di indagine sulla trattativa Stato-mafia è sintomatico di ignoranza. Lo studioso, infatti, ha una concezione della mafia come soggetto politico e di carattere costitutivo, non episodico. Il “sugo della storia”: non dobbiamo meravigliarci del fatto che sia avvenuta una trattativa del genere negli anni ’90. Senza rapporto con le istituzioni la mafia non sarebbe mai esistita.

Ora il Csd “G. Impastato” ha un grande progetto in cantiere: il “No Mafia Museum”. Formalizzato nel 2005 ma nato praticamente insieme al centro, esso porterebbe alla creazione di una mostra permanente e di una grande biblioteca per ripercorrere la storia della mafia e dell’antimafia soprattutto con mezzi virtuali. Alla creazione del progetto anno contribuito circa una ventina di soci, tra cui architetti e informatici (per curare le parti più “tecnologiche”). Il museo sorgerebbe in Piazza Bologni, lungo il Corso Vittorio Emanuele, a Palazzo Riso (solo in una porzione, al posto dell’offerta precedente dell’intera struttura). Sembrerebbe tutto perfetto, ma non sarebbe realistico se fosse così. Da 6 mesi l’attività è interrotta, non è certo che avverrà la consegna delle chiavi a causa della mancanza di finanziamenti da parte del Comune. Sarebbe un peccato perdere un’occasione del genere che ha già riscosso l’attenzione internazionale, addirittura della RAI, partner del progetto che ha fornito materiale storico gratuitamente. Ma chi vivrà vedrà. Intanto i nostri Umberto Santino e Anna Puglisi continuano a lavorare, seguendo anche alcune attività più attuali di Cosa Nostra, tra cui la tratta delle nigeriane per la prostituzione o l’installazione dei missili a Comiso, conoscendo anche alcune piccole vittorie, come l’assegnazione di 60 posti letto ai senzatetto di Palermo utilizzando le case confiscate.

Sentir parlare Umberto Santino significa ascoltare chi è pessimista e crudamente disincantato ma allo stesso tempo pieno di energia per continuare, per non consegnarsi nelle mani di chi vuole il nostro scoraggiamento. Dopo la sua ondata di critiche, a cui ci sentiamo di prestare attenzione vista l’onestà intellettuale e la vastità della sua cultura, la domanda che ci poniamo è: di chi ci dobbiamo fidare? “Della vostra intelligenza, da usare come strumento per misurare la serietà delle persone in relazione alla coerenza delle loro parole con i fatti”. Uscite da quel piccolo appartamento di Palermo, pieno di libri, giornali e fascicoli d’inchiesta donati direttamente da Giovanni Falcone sugli omicidi di Palermo e provincia, conveniamo nel ritenere che Umberto Santino sia uno di quelli di cui potersi fidare.

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