Come l’Italia accoglie

federicaAll’ingresso del porto, non si può fare a meno di vederla, posta in solitaria su una piccola altura arsa dal sole mediterraneo: la Porta d’Europa. L’opera di Mimmo Paladino è situata sulla costa meridionale della prima porzione di territorio europeo, Lampedusa. L’abitudine, al sentire il nome di quest’isola, fa scattare nella nostra mente alcune immagini, senza esitazioni. Barconi semi-sgonfi, navi di ONG, pelli scure, volti scavati. Il flusso di migrazioni dall’Africa all’Europa non è un fenomeno nuovo, esiste all’incirca dagli anni ’90; tuttavia non era così evidente, o quantomeno, non ha toccato in prima persona il recinto personale degli europei. Ma nel momento in cui gli sbarchi giornalieri con 300, 400, 500 e anche più vite umane a bordo di pescherecci precari (ultimamente sostituiti dai trafficanti con gommoni fatiscenti, una soluzione senz’altro più economica), ecco che allora l’europeo si è ridestato dal suo torpore: prima gli Italiani, poi a ruota tutti gli altri. E’ difficile dire se il brusco risveglio sia stato dovuto alla compassione, a uno slancio di empatia o alla paura, o forse un misto di tutte queste cose. Lasciamo stare però, almeno per il momento, le considerazioni sociologiche o morali e iniziamo in medias res: cosa succede quando un migrante, cosiddetto clandestino, mette piede in Italia?

Il sistema di accoglienza in Italia (in teoria)

Chiamo in mio soccorso questa mappa concettuale presa dal quotidiano “Il Post”, per procedere schematicamente. Innanzitutto, definiamo il coordinatore: l’intero procedimento è di competenza del Ministero dell’Interno, precisamente del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. L’accoglienza che viene garantita si suddivide in prima e seconda accoglienza. In linea generale, la prima accoglienza viene gestita dalle prefetture competenti per il territorio, la seconda accoglienza, invece, è di competenza degli enti locali. Ecco le fasi.

  1. Appena il migrante oltrepassa la frontiera e giunge sul nostro territorio, viene portato negli Hotspot, la struttura pensata per canalizzare gli arrivi e dove avviene l’identificazione e la fotosegnalazione. Dopo di che, chi fa richiesta per la protezione internazionale, tramite il modulo cosiddetto C3, viene trasferito negli Hub regionali (relocation).

  2. In base alle motivazioni che il migrante fornisce in merito al suo ingresso in Italia senza regolari documenti di espatrio, la prefettura rilascia un provvedimento che può essere di espulsione o di accoglimento della richiesta di protezione internazionale.

  3. Coloro che vengono respinti, sono trasferiti nel CIE, Centro di Identificazione ed Espulsione. Massimo entro 90 giorni dal trasferimento, si provvede alla convalida del trattenimento presso il CIE e all’espulsione, che deve avvenire entro 7 giorni dall’emissione del provvedimento.

  4. Per coloro che invece vengono accolti, il trasferimento avviene presso i CARA, Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo. Per sopperire alla mancanza di strutture dovute ad un numero troppo elevato di richiedenti asilo, sono stati istituiti i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, individuati dalle prefetture in convenzione con privati. Con i CARA, rimaniamo ancora nell’ambito dell’accoglienza immediata.

  5. Infine, gli SPRAR. L’acrostico sta per Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Costituisce la c.d. “seconda accoglienza” e non ha il carattere dell’immediata necessità (al contrario dei CARA e dei CAS): è, infatti, un percorso che mira all’integrazione del richiedente asilo e al suo inserimento della nuova comunità cittadina di cui fa parte. L’obiettivo dello SPRAR è quello di rendere autonomo il soggetto in un paese nuovo, con un sistema diverso rispetto a quello d’origine nei più svariati ambiti, come il lavoro, l’istruzione, ecc… Durante la permanenza presso queste strutture, la commissione territoriale competente – composta da quattro membri, di cui due del ministero degli Interni – valuta la domanda di protezione internazionale e decida se accettarla o meno. La particolarità degli SPRAR è che questi costituiscono una rete nazionale; sono gli enti locali ad aderirvi in maniera volontaria. L’adesione comporta l’installazione sul proprio territorio di strutture, dotate di operatori ad hoc, deputate al raggiungimento degli obiettivi appena descritti.

Questo è ciò che la legge italiana prevede. Ma si sa che la realtà, spesso, non è un prodotto conforme alle regole del gioco.

image_pdfimage_print

Commenti chiusi