Se il vip (e il turismo) lo… Piombi dall’alto

fabrizio Scibilia

I venticinque anni che sono passati dal Premio Regia Televisiva a Milazzo sembrano molto più del quarto di secolo che rappresentano aritmeticamente. E la morte, il 18 maggio, di Daniele Piombi, che di quel Premio era l’ideatore, l’autore e il conduttore, è arrivata come l’eco di un tempo lontanissimo, a ricordarci che il tempo, come la gloria, passa inesorabilmente. Ma lo fu, vera gloria? Perché noi, oggi, siamo i posteri che possono dare l’ardua sentenza.

E non ci sembra lecito cedere a facili nostalgie e scegliere l’assoluzione: la stagione del Premio Regia Televisiva parla di una tv ben lontana da quella trasformata e deformata dal web, dai social e dagli smartphone, e che, per lo stato di ansia perenne che dalla connessione continua deriva, ci viene facile designare sbrigativamente come “migliore”. Ma è solo, direbbe Bauman, la retrotopia inutile di un tempo incerto e instabile come quello attuale.

Perché quella tv, apparentemente pulita, elegante e sobria (come sicuramente erano i modi del “bravo presentatore” Piombi che la incarnava pienamente), dietro aveva un sistema politico a senso unico, bloccatissimo sugli equilibri ormai antichi di Yalta (d’altronde lontani quasi cinquant’anni, negli anni del Premio a Milazzo, il ‘91 ed il ‘92): insomma, equilibri che impedivano il ricambio al governo e consentivano alle forze di centro un dominio praticamente incontrastato. Anche della tv, ovviamente, ed anche del modo di fare spettacoli televisivi: a parte qualche eccezione, i più erano rassicuranti, misurati, “democristiani”. In questo caso, mettiamoci dentro anche l’antiquatezza, rispetto ad oggi, del mondo delle comunicazioni (ancora la vecchia cartolina da spedire, i giurati, il partenariato anche organizzativo con Tv Sorrisi e Canzoni e col Radiocorriere Tv…), e si spiega perché e quanto si veda come vecchissimo -nel bene e nel male- il tempo del Premio Regia.

E infatti, negli ultimi anni, la rassegna, della quale Piombi, pur ormai stanco e malato (avrebbe avuto 84 anni a luglio), continuava imperterrito a tenere la bandiera, non era nemmeno stata trasmessa dalla Rai (ed era dal 1961 che esisteva!). D’altronde, il suo concorrente berlusconiano, il Telegatto, nato quando, nell’84, Tv Sorrisi e Canzoni era stato acquistato da Fininvest (prima il sodalizio tra Piombi e lo storico direttore di “Sorrisi” Gigi Vesigna era fortissimo), era spirato già nel 2008. I premi televisivi, nell’età dei social, insomma, non hanno più senso. Bastano dei like su facebook, magari: e i ragazzi, poi, vedono soprattutto Youtube.

Eppure, fa lo stesso impressione sentire della morte di Piombi, alla faccia della retrotopia. E confrontare quella Milazzo con quella di oggi. Perché, al di là del discorso legato allo spettacolo in sé, l’epifania di quel prestigioso premio nella nostra città, in quei primi anni Novanta, con tutto il suo ampio codazzo di vip, parlava forte anche della citata politica “bloccata”. Ma erano proprio gli ultimi spiccioli, di quel sistema fermo di cui sopra. Era già caduto il muro di Berlino, insomma (come dire: il simbolo tangibile degli equilibri di Yalta sopra ricordati). e tra poco sarebbe caduto tutto il sistema che quel muro reggeva. Con tutto il suo malcostume, certo: Tangentopoli era davvero alle porte. E’ curioso, perciò, che Milazzo, col “suo” (o quasi) assessore regionale al Turismo di allora, Pino Merlino (chi si ricorda più questo nome, oggi?), si sia praticamente agganciata agli ultimi fuochi di quel sistema. Che poi non abbiano portato praticamente alcun beneficio su fantomatici lanci, o rilanci, turistici, in città, è cosa nota. Intanto perché si trattava, appunto, degli ultimi fuochi di quel sistema: dopo un paio di edizioni del premio ancora in Sicilia (però, causa cambio assessore -Merlino, dopo Tangentopoli, era perfino finito in carcere- prima ad Agrigento e poi a Trapani), Piombi pensò bene di posizionare il suo Premio nella collaudata Sanremo, dove rimase per il resto delle edizioni (gli inizi erano stati a Salsomaggiore, cioè dalle parti del presentatore).

Ma il motivo principale per cui quella stagione, al di là dell’apparente luccichìo, non va assolta, fu proprio l’estemporaneità dell’iniziativa. Lungi dal fornire cioè una nuova visione culturale della città, che avrebbe puntato su un turismo legato al territorio ed alle sue tradizioni (l’unico compatibile con l’ancora inamovibile vocazione industriale), quella che col Premio si offriva era solo visibilità mediatica di superficie. Lustrini e paillettes, insomma, dietro le quali non c’era niente. Una ventata tardiva di anni Ottanta, un corteo di nani e ballerine ormai stagionato, che altrove era in auge qualche anno prima, e che a Milazzo arrivava quando ormai cominciava a sapere un po’ di stantio.

Tanto è vero che, alla fine, quello che rimarrà forse più nella memoria del passaggio della “grande tv” da Milazzo in quel tempo, capitò esattamente venticinque anni fa, la sera del 23 maggio 1992, il giorno cioè della strage di Capaci. In quella occasione a Milazzo c’era la presenza contemporanea dei due più importanti anchormen italiani di allora, cioè Michele Santoro e Maurizio Costanzo, unificati come ormai faceva solo Piombi, rispetto alla rispettiva appartenenza a “scuderie” rivali come il sistema televisivo pubblico e quello privato. I due avevano solo pochi mesi prima concordato di trasmettere a reti unificate una serata antimafia dopo la morte di Libero Grassi (l’unica volta nella storia, per un evento del genere). E, sull’onda dell’indignazione successiva all’attentato a Giovanni Falcone (più volte ospite dei rispettivi talk-show), a Milazzo stravolsero le scalette dei rispettivi programmi della settimana, e decisero di dedicare ai morti di Capaci i loro interventi in sala, al Paladiana.

Già, il Paladiana. Nulla di strano, per un evento così “fuori contesto” per Milazzo, che si tenesse tutto in una tensostruttura così fragile. Insomma, uno scheletro dietro cui non c’era niente. E infatti, sappiamo com’è finita. Un simbolo perfetto -insieme all’altro relitto del caso, l’hotel abbandonato dove i vip alloggiavano, il Silvanetta- di come, in una sentenza definitiva su quel tempo, non si possa dare l’assoluzione.

Però, siccome la vita è fatta anche di colore, chiudiamo con un brano di un’intervista rilasciata da Daniele Piombi al sito “”Storiaradiotv”. Che suona proprio “vintage”, con il divismo ed il “gallismo” (da cartolina entrambi) che richiama. Diciamo che, in tempi di globalizzazione, e di periferie che scoprono nel loro essere periferiche, cioè lontane dall’illusorio, omologato ed omologante mondo dello “star-system” (e della società dei consumi di massa… ma questo è un altro articolo), la loro identità e quindi la loro ricchezza, fa quasi, perfino, tenerezza. Come una foto ingiallita di qualcosa che, oggi, non si riconosce più. Per fortuna o purtroppo.

Vi racconto un paio di episodi su Milazzo: ad esempio di Kim Novak, la famosa e biondissima attrice americana. Atterra a Catania con un aereo privato e una hostess tutta per lei. Viaggia in elicottero fino a Milazzo e si presenta in hotel che è distrutta. Irriconoscibile. Sparisce in camera per tre giorni, fa portare solo casse di acqua naturale e cestini di mele. La sera dello spettacolo è un’altra donna. Sexy. Meravigliosa. Occhi che ispirano sesso. Tutto merito, mi spiegherà poi sua sorella, della dieta ad acqua e mele. Nel 1991, invece, premiamo i protagonisti di “Beautiful”. Arrivano in quattro, una è una bionda, nipote di un attore popolarissimo. A metà pomeriggio sale in camera e chiede champagne. Il ragazzo della portineria, un certo Tore, un morettino tipico siciliano, sale da lei nella stanza 212, entra e porta la bottiglia. Passano dieci minuti e non esce. Venti. Mezz’ora. Dopo un’ora scende stralunato, ci guarda: “Minchia, ragazzi. Che donna”. E ci fa capire che ha concluso. Dopo lo spettacolo c’è la cena di gala. E l’attrice sparisce ancora. Arriva una telefonata alla reception: alla 212 chiedono una nuova bottiglia di champagne. Tore si ripresenta e sta via un’altra ora. A notte fonda terzo champagne e terza prestazione. E Tore, da quel momento, diventa l’eroe di tutta la Sicilia!”

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