Università della Terza Età: Archivi di memoria e laboratori del futuro

Bucca

lute“Cercare, ricevere, diffondere” [informazioni e idee] sono le tre parole, contenute nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948, che meglio esprimono la necessità di affermare il diritto alla conoscenza in tutte le sue forme.

Con questa consapevolezza nasce la prima Università della terza età, UNITRE, nel 1975 a Torino con l’obiettivo di accogliere e motivare soprattutto le persone escluse dal ciclo produttivo, in genere gli anziani, affinché possano trasformare la forza-lavoro in forza-cultura.

Ma forse è meglio fare un passo indietro e chiederci “chi sono gli anziani del ventunesimo secolo?”. Mi fa sorridere mia madre, che ha da poco superato la soglia dei 60, quando si mostra offesa nel sentirsi anche solo prossima alla categoria. E basta prendere un’indagine presentata alla London School of Economics, condotta intervistando oltre 12mila over 65 in diversi Paesi, per scoprire che è tutto normale: due ultrasessantacinquenni italiani su tre dichiarano di non sentirsi affatto «anziani». E non lo sono, perché la soglia della terza età si è, di fatto, spostata dai 65 ai 75 anni, a provarlo sono le loro condizioni di salute e il benessere psicologico.





Cambiano gli anziani, dunque, e cambia anche il loro modo di pensarsi nel mondo. In questo senso l’UTE mi sembra una delle più silenti ed efficaci innovazioni introdotte, negli ultimi decenni, nelle politiche sociali. Due sono i suoi punti di forza: la centralità dell’apprendimento e il confronto intergenerazionale, le chiavi di volta di un invecchiamento attivo.

Se penso a un centro per anziani le tre parole che mi vengono in mente sono “carte-bocce-ballo” e il problema non è che non siano contenute nella Dichiarazione Universale del ‘48 bensì che contemplino solo l’aspetto ludico e aggregativo di una proposta elaborata per la quotidianità del pensionato, quasi come se egli fosse impossibilitato a fare tutto il resto e bisognasse trovargli un intrattenimento. Dove sono finite l’autorealizzazione, l’acquisizione di nuove competenze, lo scambio di conoscenze, in poche parole tutte le attività volte a tessere il legame dell’individuo, qualunque sia la sua età, con il mondo, a sentirsi parte (partecipe) di una collettività? Tranquilli, non sono finite.

Il secondo punto di forza dell’UTE è la cura del rapporto inter-generazionale, ovvero quello spazio di contatto tra età distanti tra loro ma che possono e devono apprendere l’uno dall’altra; un dialogo che sappiamo essere sempre più difficile a causa soprattutto dell’indebolimento dei legami parentali e anche urbani, di vicinato. L’Università della Terza Età, pur essendo pensata per accompagnare e rallentare il percorso di ognuno di noi verso la “vecchiaia”, è difatti aperta a tutte le età proprio per favorire il dialogo interculturale e generazionale grazie al quale ogni società si ridefinisce costantemente, in parte conservando, in parte rinnovando sé stessa.

Una partita importante quella che la LUTE di Milazzo, come le UTE di tutta Italia, continua a giocare ogni giorno mostrando competenza e passione, le leve di ogni progetto ben riuscito. In gioco vi è l’attuazione del diritto al pieno sviluppo della persona che investe l’intera esistenza umana.

lute-i-numeri2





image_pdfimage_print

Commenti chiusi