La Sicilia va in scena alla mostra del cinema di Venezia

BuccaNUNZIO GRINGERI TRA LE COLLABORAZIONI DI HAPPY WINTER

Si è da poco conclusa la 74esima Mostra del Cinema di Venezia, un trionfo per la Sicilia che ha partecipato con tre produzioni cofinanziate dalla Sicilia Film Commission, organismo pubblico a sostegno delle produzioni che scelgono l’isola come set per le loro riprese.

A sfilare sul red carpet della kermesse Nunzio Gringeri, regista e documentarista messinese, che collabora con il regista Giovanni Totaro a Happy winter, cartolina socio-antropologica della spiaggia di Mondello, a Palermo, e in qualche modo del Sud Italia..

Gringeri, classe ’81, orienta la sua camera sulla Sicilia, sui suoi personaggi, gli artisti, senza trascurare le tematiche globali più scottanti, da Emilio Isgrò alla Primavera araba prendono vita nei suoi lavori. Quest’anno ha condotto un Laboratorio di produzione del reportage audiovisivo all’Istituto Leonardo Da Vinci di Milazzo, con l’esperto di storia del cinema Antonio Nunzio Isgrò, e sta lavorando ad un nuovo progetto filmico dedicato allo Stretto di Messina.

Cosa ha significato per te vivere la Mostra di Venezia?

E’ stato un grande onore e un bel riconoscimento. Sono momenti come questi che restituiscono fiducia in se stessi e fanno capire che si sta percorrendo la strada giusta, dopo aver lavorato e investito tanto, senza vedere mai la luce.

A Venezia ho avuto la fortuna di incontrare registi come Abdellatif Kechiche de La Vita di Adele, e Enrico Ghezzi, uno dei miei miti personali. Sono stati quattro giorni intensi e positivi.

Com’è arrivato Happy Winter a Venezia?

Il film ha una genesi atipica per un documentario che solitamente prevede un lungo calvario. Per Happy winter è stato diverso perché il regista, Giovanni Totaro, appena completato il suo ciclo di studi al Centro sperimentale di cinematografia, nel 2015, ha presentato il progetto del suo documentario all’IDS Italian Doc Screening, evento dedicato all’internazionalizzazione dei documentari italiani, e al MIA (Mercato Internazione Audiovisivo) dove ha avuto i primi riconoscimenti e conquistato i produttori. E’ stato premiato poi anche a Toronto al Forum Hot Docs per il suo appeal a livello internazionale.

Così a giugno dell’anno scorso abbiamo iniziato le riprese. Tre mesi di lavorazione folle perché il documentario coinvolge molti personaggi e sta in equilibrio tra la finzione e la documentazione. Il film ha dimostrato da subito delle grandi potenzialità, Giovanni ha lavorato con attori non professionisti che interpretano sé stessi e che vengono gestiti solo in parte, l’obiettivo è quello di far emergere la loro identità ma si cerca allo stesso tempo di condurli su ciò che il regista vuole raccontare. Questo si è potuto fare solo grazie a una profonda conoscenza del personaggio e della situazione, di ciò che sarebbe potuto accadere, ci si muoveva come degli oracoli, pronti a cogliere ciò che poteva succedere e ogni volta travolti dalla meraviglia.

Il tuo ruolo?

Io sono stato operatore e coautore della fotografia con Paolo Ferrari, che è stato anche mio professore, e con cui abbiamo curato l’aspetto estetico del film.

Cosa credi che succedera ad Happy winter dopo il riconoscimento di Venezia?

E’ un film pensato per la sala, ha già una distribuzione, I wonder picture, ma non si conosce ancora una data di uscita. Happy winter è pensato anche e soprattutto per un pubblico straniero perciò avrà una vita anche fuori dall’Italia. Tra l’altro c’è la Rai Cinema tra i produttori quindi penso ci sarà qualche passaggio in Rai.

Chissà quando arriverà in Sicilia…

A breve! La prima proiezione fuori da Venezia è programmata per il primo ottobre a Palermo, in occasione dei IDS che inizia il suo percorso proprio da Palermo.

In che acque naviga il genere del documentario nel cinema italiano?

A mio avviso, le più grandi novità linguistiche ma anche tematiche degli ultimi anni stanno venendo fuori dal cinema del reale, l’Italia si è sempre contraddistinta per la produzione di documentari e in questo momento forse anche gli spettatori chiedono di conoscere le storie che nessuno più racconta, la trama della realtà che attraverso il cinema italiano forse un po’ si è persa. Il documentario italiano con grandi autori come Gianfranco Rosi, Pietro Marcello… e adesso Totaro, si sta riscoprendo.

Pensi che il documentario si sia evoluto, che stia andando incontro ad una certa fame di realtà, di voyuerismo a cui gli spettatori si sono abituati grazie ai reality?

I reality sono una speculazione, il documentario ha una base filmica – la struttura narrativa, l’immagine – e oggi non è più il documentario d’assalto di una volta. Happy winter è, se vogliamo, un’ opera pop e patinata con una grande cura dell’immagine e del suono. E’ a cavallo tra il doc e il film.

Quali consideri le tappe salienti del tuo lavoro di regista?

I miei primi lavori di video arte li ho fatti durante l’Accademia delle Belle Arti. Avevo fatto un progetto con Monica Cavatoi dove indicavamo il legame tra i riti pasquali e la morte in Sicilia e quello è stato il primo tentativo di raccontare il reale.

La prima volta che ho provato ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC) di Palermo non sono stato selezionato, quello è stato un momento importante, ho capito che dovevo riprovarci perché il regista era esattamente quello che volevo fare. Sono andato in Libia (2011) con il giornalista Mauro Mondello a girare il mio primo vero documentario, Stateless. Era scoppiata la Primavera araba e io e Mauro sentivamo entrambi l’urgenza di raccontare quello che stava accadendo, lui con la penna e io con la camera e 300 euro in tasca. Il documentario ha girato tantissimo, viene considerato un documento storico e racconta l’indomani dello scoppio della guerra in Libia, quest’estate ancora è stato proiettato in Francia. Sono cresciuto molto con questa esperienza, il mio sguardo sul reale è cambiato completamente.

Durante il tuo ciclo di studi al CSC hai dedicato un saggio biografico ad Emilio Isgrò, autore del Seme d’Arancia a Barcellona Pozzo di Gotto, so che non è stato mai proiettato nella provincia di Messina, ce ne vuoi parlare?

Si, ho lavorato a I come Isgrò, un piccolo saggio biografico dedicato a Emilio Isgrò. Ciò che è venuto fuori non è un’antologia delle sue opere ma è il recupero di una parte del suo lavoro non compiuto, come ad esempio il film “cancellato” che non arriva a realizzare, e in qualche modo nel mio film vive. All’interno dell”opera c’è l’opera. E’ stato importante il mio confronto con lui.

Progetti in corso?

Sto lavorando ad un film documentario sullo Stretto di Messina, si chiama Caronte, siamo in fase di produzione, stiamo cercando dei fondi e produttori. Siamo ottimisti, abbiamo già preso contatti con una casa di produzione inglese e la prossima settimana andremo a Londra dove siamo stati selezionati al Raindance Festival. Tutto il resto è in divenire.

https://www.facebook.com/pg/HappyWinter.Film/videos/?ref=page_internal

http://www.labiennale.org/it/cinema/2017/programma-cinema-2017-accreditati/giovanni-totaro-happy-winter

N. Gringeri_primo dx

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