Giovani 3.0

BuccaDigitalizzati, social, iperspecializzati, mammoni, popolo dell’happy hour e dell’Erasmus, camaleontici, vivono “click by click” i giovani di oggi e fanno di tutto per rimanere a galla: è la Generazione Y chiamata anche Millennials (nati tra gli anni ’80 e il 2000).

Una generazione che ha assistito con orrore al racconto dei nonni della seconda guerra mondiale e si trova ad affrontarne, più o meno cosciente, problematiche simili: la crisi del sistema rappresentativo, una deprivazione materiale significativa (povertà) e un sistema di valori tutto da ricostruire.

“Secondo diversi indicatori nazionali e internazionali – afferma il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara – la crisi economica che ha segnato gli ultimi dieci anni della vita del nostro Paese sembra giunta al termine di un percorso che ha provocato profonde trasformazioni negli assetti sociali, territoriali, produttivi ed economici nazionali”. Tuttavia dal Rapporto di Eurispes[1] si evince che il Paese non è la camera iperbarica in cui le nuove generazioni si lasciano morire lentamente bensì il banco di prova dove sviluppare una inversa e proporzionale forza di volontà di uscire dal pantano in cui la crisi li ha costretti.

Se cercassimo di fare un quadro dei giovani del Sud Italia oggi falliremmo, ciò che risulta da una prima analisi è un triangolo: emigrati – neet – occupati.

Emigrati. Eh si, l’Italia non è solo una Paese d’immigrazione ma anche di emigrazione, un emorragia che dal 2006 al 2016 è aumentata del 54,9%. Sono soprattutto i giovani a guardare all’Europa – seguita da Stati Uniti e Australia – per soddisfare le proprie aspirazioni professionali. Molti iniziano a valutare le opportunità offerte dal mercato internazionale del lavoro internazionale già durante gli anni universitari mentre altri decidono di emigrare dopo aver completato il ciclo di studi perché non trovano offerte di lavoro soddisfacenti in Italia o perché convinti che un periodo di formazione o lavoro all’estero possa migliorare la loro preparazione. I giovani che emigrano provengono prevalentemente dal Sud Italia e dalle Isole e la loro mobilità non rappresenta tanto una chance da esercitare nel pieno diritto della libertà individuale ma una “fuga”, l’ultima spiaggia dove cercare di costruire un  futuro dignitoso.

Neet “not (engaged) in education, employment or training”, è l’acronimo inglese utilizzato per i giovani che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e non  seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. Tra questi ci sono i giovanissimi che hanno terminato la scuola dell’obbligo e lavorano in nero, fenomeno particolarmente importante al Sud; ci sono i demotivati, coloro i quali cioè hanno smesso di cercare un impiego perché dopo il diploma non sono riusciti a entrare subito nel mercato; e ici sono i laureati che hanno acquisito competenze risultate subito obsolete per le richieste delle imprese». Giovani a rischio di esclusione sociale che potrebbero non contribuire mai al sistema previdenziale, pesando come un macigno sulla ripresa economica italiana.

Occupati. Realismo, flessibilità, adattabilità caratterizzano la generazione dei millennials italiani. “I risultati ottenuti”, afferma il prof. Alessandro Rosina tra i coordinatori dell’indagine “La Condizione Giovanile in Italia[2], “contribuiscono a superare una serie di stereotipi sul rapporto tra giovani e mondo del lavoro. Quello che le nuove generazioni disdegnano non è di per sé il lavoro manuale ma lo sfruttamento e la mancanza di valorizzazione. Temono per lo più offerte di impiego in cui impegno e competenze non vengono riconosciute. Infine, quando hanno l’opportunità, i giovani dimostrano di valere molto, per esempio come imprenditori infatti le aziende guidate da imprenditori under 35 rappresentano oltre il 80% delle unità produttive italiane e hanno aumentato i posti di lavoro più che quelle guidate da imprenditori anziani.

[1] Rapporto Italia 2016, Eurispes

[2] Rapporto Giovani 2014, Istat

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