La Lute a Villa Vaccarino con Miriam Romeo e la Sicilia di Germi

alessandro di Bella

Altra serata con la LUTE a Villa Vaccarino giovedì 2 agosto, questa volta con la Prof.ssa Miriam Romeo e “La Sicilia di Germi”. Il pubblico ha così potuto seguire un percorso all’interno della filmografia del regista genovese che, per quanto riguarda la Sicilia, comprende 5 film. La Prof.ssa Romeo ha presentato la figura di Pietro Germi, regista (oltre che attore e sceneggiatore) difficilmente inquadrabile, una sorta di neorealista eretico, non sempre compreso e spesso aspramente criticato. Il pubblico è stato guidato nell’analisi filmica di sequenze chiave della sua produzione “siciliana”.

Si è partiti da “In nome della legge” (1949), in cui il contrasto tra lo Stato e la mafia è raffigurato con le movenze del western americano. Con il “Il cammino della speranza” (1950), una storia di emigrazione dalla Sicilia alla Francia, col suo finale ottimistico del passaggio dei migranti sulle Alpi in mezzo a una tormenta di neve, il richiamo all’attualità è stato quanto mai esplicito. La Prof.ssa Romeo ha sottolineato anche l’importanza di “Gelosia” (1953), terzo film di ambientazione siciliana, il cui soggetto è tratto dal “Marchese di Roccaverdina” di Luigi Capuana, un melodramma in cui all’influsso del western s’intreccia quello del noir, con le sue novità stilistiche nell’ambito del cinema italiano come l’adozione del flashback.

Nell’ultima parte della serata i presenti sono stati condotti all’interno della commedia all’italiana. In “Divorzio all’italiana” (1961) con il barone Cefalù, interpretato da Marcello Mastroianni, il punto di vista è soggettivo e interno al protagonista: la voce fuori campo di Mastroianni conduce lo spettatore all’interno della psiche e delle allucinazioni del barone ossessionato dall’idea di uccidere la moglie Rosalia. Germi, con i suoi personaggi caricaturali ossessionati dai loro codici tribali per “l’occhio della gente”, implicitamente polemizzava contro l’assenza di una legge sul divorzio e contro il “delitto d’onore” e, allo stesso tempo, svelava l’assoluta stasi culturale della società italiana all’interno del periodo del miracolo economico: la Prof.ssa Romeo ha evidenziato che la Sicilia di Germi era metafora dell’Italia, un’Italia in grande trasformazione economica ma che restava arretrata culturalmente e frammentata socialmente.

Per quanto riguarda “Sedotta e abbandonata” (1963), commedia dal registro farsesco, Germi conduce una critica dichiarata contro l’esasperazione dell’”onore”, incarnato dal personaggio di Don Vincenzo Ascalone interpretato da Saro Urzì, polemizzando anche contro il codice penale del tempo secondo cui col matrimonio venivano cancellati i reati precedenti subiti dalla donna che aveva subito una forma di violenza. Anche in questo caso il regista genovese sottolinea, attraverso l’ambientazione siciliana, l’immobilismo culturale della società italiana che solo in superficie stava vivendo profonde trasformazioni e che, tuttavia, rimaneva ancorata a codici di comportamento ormai antiquati ma sanciti da norme giuridiche inattuali.

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